La trama
Il grande autore italo-americano ripercorre il nostro cinema.
Scorsese rende omaggio a una cinematografia che, sin dai tempi dell'adolescenza, ha imparato ad amare e a conoscere. Guardando alla televisione le pellicole italiane con i nonni, i genitori e il fratello, il giovane Martin ha elaborato buona parte dell'immaginario che caratterizzerà le sue opere a venire. Il film - che si apre e si chiude con immagini di "Paisà" - passa in rassegna circa 130 titoli comprendenti, tra gli altri, pietre miliari quali "Cabiria", "1860", "La corona di ferro", "Ossessione", "Senso", "Divorzio all'italiana" e tanti altri indimenticabili capolavori.
La recensione di FilmTv
Di Emanuela Martini - FilmTV n. 23/2002
Dai ricordi personali all’excursus nel mondo poetico di Rossellini, Visconti, De Sica, Fellini, Antonioni... Un piacere per gli occhi e un rimpianto per un cinema che fu. Forse un po’ dilatato e didascalico ma un “testo” importante per chi vuole studiare il nostro cinema
«questa non È una storia del cinema... ma È la mia storia». È la storia di un ragazzino, figlio di emigranti, che cresceva a Little Italy e che, con i fratelli e i genitori (che si erano sposati pur appartenendo a due palazzi diversi di Elizabeth Street, infrangendo così le tacite regole di “famiglia” e “villaggio” che si erano portati dietro dalla Sicilia), scopriva la propria cultura d’origine guardando film in televisione o nelle sale del quartiere.
ESPANDI +
Martin Scorsese ha sempre parlato della sua infanzia e adolescenza di divoratore di cinema: la fascinazione dello spettacolo che ha assorbito da Michael Powell, il senso del set e della “macchina” che ha appreso dai B movies. Questa volta racconta come ha imparato il senso della Storia (personale e collettiva), e a trasferire la realtà in immagini e a trasmettere emozioni e una lezione morale: attraverso il cinema italiano di quegli anni (i ‘40 e ‘50), l’impatto di “Paisà” e “Roma città aperta”, la commozione quotidiana di “Ladri di biciclette” e “Umberto D”, la coerenza ritmica di “Senso”. Scorsese parla e mostra immagini, prima foto e ritratti di famiglia, poi gli spezzoni dei film che hanno segnato la sua formazione. I capolavori di susseguono ai capolavori, secondo una scansione prevalentemente autoriale. Infatti, “Il mio viaggio in Italia” è soprattutto un excursus sul mondo poetico di Rossellini, De Sica e Visconti nella prima parte, e di Fellini e Antonioni nella seconda. Un piacere per gli occhi e molto rimpianto per il cinema italiano che fu; ma l’operazione, nella sua forma definitiva, lascia qualche perplessità. Avevo visto “il mio viaggio in Italia” tre anni fa, nel premontaggio che Scorsese presentò a Venezia, quando, pur coprendo l’identico periodo storico, durava due ore invece di quattro. Per una volta, la versione “ridotta” era molto più efficace di quella completa, più secca, intuitiva, emozionante. Gli spezzoni di film come questi hanno un’immediata forza espressiva, la velocità con cui si incastravano l’uno nell’altro riusciva davvero a costruire l’affresco di una cultura, di una situazione sociale, dell’urgenza espressiva e del rigore teorico con cui il cinema andava di pari passo con la vita. La dilatazione dello spazio concesso ai singoli film, la divisione in capitoli, accentuano il sapore didattico dell’operazione, che finisce per sembrare un lavoro di introduzione al cinema italiano per gli studenti delle scuole di cinema americane. Solo raramente Scorsese si abbandona a considerazioni veramente personali, quando parla della sua famiglia o quando lascia emergere il fascino “di regia” che su di lui esercita “Senso”. E in quei momenti fa rimpiangere la lezione di cinema “da artista” che avrebbe potuto costruire.
L'opinione più votata
Di mm40 scritta il 09/04/2012 - utile per 2 utenti
Voto al film: 
Sta tutto nel 'mio' del titolo: non si tratta infatti di un excursus a 360 gradi attraverso il cinema italiano, ma di un viaggio personalissimo e in quanto tale dichiaratamente fazioso, tifoso e sbilanciato. E' Scorsese in persona che ci conduce attraverso l'opera di quattro Maestri della settima arte a livello mondiale, artisti che hanno profondamente influenzato con le loro opere la formazione cinematografica del giovane Martin: Rossellini, De Sica, Visconti e Fellini. Il lavoro è mastodontico e dura oltre quattro ore, divise in due parti; il nome che ritorna più spesso è quello di Rossellini, per il quale Scorsese evidentemente parteggia in maniera sfrenata, senza limiti. Scorrono le scene dei film di cui si parla, nulla di inedito nè dal punto di vista delle immagini, nè tantomeno degli aneddoti che il regista italoamericano racconta: e allora a che pro questo documentario? Ce lo svela lo stesso (unico) protagonista, cioè il regista stesso, alla fine delle oltre quattro ore di visione: questi erano soltanto alcuni film che lui ha amato follemente e di cui consiglia a tutti la visione, punto e basta. Un po' pochetto? Certo, ma quantomeno una dichiarazione di intenti assolutamente onesta e condivisibile; se però vi aspettavate di imparare qualcosa di più, di poco o per nulla noto anche sul versante tecnico della faccenda, Il mio viaggio in Italia non fa proprio per voi. Si tratta in sostanza di un lavoro improntato per il grande pubblico, comprensibile a chiunque, anche grossolano se si vuole nella ricostruzione dei fatti narrati; il che è necessario considerando soprattutto che buona parte delle opere di cui si parla - al di là dei 'soliti' Roma città aperta, Ladri di biciclette, La dolce vita e Senso - non sono state viste da una larga parte del pubblico mondiale e neppure italiano (ad es. Il tetto di De Sica, su cui Scorsese si sofferma, o Viaggio in Italia - da cui lo spunto per il titolo - di Rossellini, accolto malissimo in patria, ma già meglio all'estero, specie in Francia). Nei crediti compare un poker di cognomi in sceneggiatura, lavoro presumibilmente più di memoria storica che di costruzione narrativa: oltre a quello del regista ci sono quelli di Suso Cecchi d'Amico, Raffaele Donato e Kent Jones; curiosamente in produzione c'è invece il nome di Giorgio Armani (!). In definitiva Il mio viaggio in Italia è un documentario dalla durata sconfinata e ricolmo di momenti sublimi, ma per i citati - e voluti - difetti (molto limitato, fazioso, poco approfondito) pare un film che avrebbe potuto fare chiunque altro, senza bisogno di scomodare mr. Scorsese. 6/10.