Opinione di Tuttle su Ararat
Con Arsinée Khanjian, Christopher Plummer, Charles Aznavour, Eric Bogosian
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Sul film
“Ararat – Il monte dell’Arca” è il polo focale di un caleidoscopio di immagini della memoria, che in una continua sovrapposizione di diverse scansioni temporali, rievoca il genocidio compiuto dagli ottomani di Jevdet Bey nel 1915. Un genocidio di cui si è persa ogni memoria, un milione e mezzo di armeni sterminati tra orrori e barbarie, mentre nemmeno vent’anni dopo qualcuno in Germania avrebbe potuto dire: “Quanti pensate che si siano resi conto dell’eliminazione degli Armeni in Turchia?” Memoria e comprensione sono gli elementi contenutistici fondamentali del film, l’una senza l’altra non è sufficiente per vivere nel rispetto consapevole di sé e del prossimo. La tragedia del popolo armeno, “viva” e sanguinante, viene così trasfigurata attraverso l’opera di Gorky, il suicidio, il set cinematografico, il dramma genitoriale di Ani, la ribellione di Celia, le domande del doganiere e la ricerca di se stesso che fa Raffi, nell’infinito dolore-piacere dell’esistenza umana.
Sulla trama
Un fantasma sin dall’inizio danza al ritmo di trascinanti musiche tradizionali sui destini dei protagonisti, è quello di Arshile Gorky, pittore armeno, esule in America e morto suicida. “The artist and his mother” (1926-1936), il capolavoro, tramite gli studi di Ani (la ieratica Arsinèe Kahnijan), docente all’università e madre di Raffi, si propone allo spettatore motore di contemplazione estetico-religiosa, ben oltre i valori semantici dell’arte. La figliastra Celia (Marie-Josée Croze) incolpa Ani del suicidio del padre, va a letto con il figlio (il fratellastro), e spaccia eroina, fino al suo arresto. Saroyan (lo spettrale Charles Aznavour) è un vecchio regista armeno che gira un kolossal sui fatti del 1915. Raffi, assistendo alla lavorazione del film, inizia ad interrogarsi sul padre, morto da “terrorista” per la libertà del suo popolo, e alla fine per conoscere e capire andrà in Armenia. Al ritorno, porta con se un videodiario che contiene i segni delle sue origini e il significato del suo presente (le rovine armene, “La madonna col bambino” che aveva visto Gorky da piccolo, l’Ararat monte sacro e inarrivabile); un vecchio doganiere all’ultimo giorno di servizio (Christopher Plummer), pur sospettandolo di traffico di droga, lo ascolta come farebbe un padre attento e desideroso di comprendere.
Sulla regia di Atom Egoyan
Atom Egoyan, regista canadese di genitori armeni, con il suo decimo lungometraggio, ha toccato l’acme della maturità artistica, nel cammino autoriale finora percorso. Già nel 1993 aveva fatto ritorno nella terra degli avi con “Calendar”, ma solo adesso da apolide si riappropria del senso di appartenenza al popolo armeno e si spinge con il giovane Raffi (David Alpay) fino alla comprensione del dramma dell’eccidio.
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