Opinione di kotrab su Querelle de Brest
Con Brad Davis, Franco Nero, Jeanne Moreau, Laurent Malet, Hanno Pöschl, Günther Kaufmann, Burkhard Driest, Roger Fritz, Dieter Schidor, Natja Brunckhorst, Robert Van Ackeren, Werner Asam, Isolde Berth, Axel Bauer, Neil Bell
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Sul film
Querelle è l'estremo atto pessimistico, oppressivo e disperato del grande R. W. Fassbinder, la personale visione e "rilettura" del magnifico, denso, compatto e insieme sfaccettato romanzo di Jean Genet, da cui derivano i diversi livelli narrativi (i monologhi del tenente Seblon [F.Nero] e, come in Effi Briest, la voce fuori campo [H. Thate] e le citazioni su schermo bianco).
E' una spudorata ricerca di identità dominata da meccanismi di sopraffazione sempre in bilico tra delitto e amore (che sia fisico e/o spirituale), ipnotizzata dal mistero del doppio, tema già affrontato in Despair (il legame tra Querelle [B. Davis] e l'amico Gil nonché col fratello Robert, entrambi interpretati da Hanno Poschl; il confronto che fa Lysiane [J. Moreau] tra gli stessi Querelle e Robert) e dallo scontro tra narcisismo e rapporto con l'altro, orgoglio e abbandono alle passioni. L'erotismo trasuda letteralmente con gli umori vitali dei personaggi, senza che venga mai esibito un corpo nudo integralmente (o quasi), e impregna l'atmosfera come le scenografie falliche e gli arabeschi dei vetri (membri di pietra o disegnati tramite forme geometriche pure, o smaccatamente stilizzati nei tipici disegni osceni delle latrine). Estasiante, irreale, magnificamente artificiosa, poetica e incommensurabile la messinscena in studio curata da Rolf Zehetbauer, violenta e ugualmente soffusa nei toni arancioni, gialli, marroni e (in minor misura) bluastri, esaltati dalla fotografia imperiosa di Xaver Schwarzenberger, come perfetto l'intero cast.
Un testamento imprevisto (Fassbinder aveva già in progetto altri film ambiziosi, ancora con Franco Nero, come testimonia il grande attore), coronamento di una carriera geniale ma anche altalenante.
Malgrado l'opinione corrente, l'operazione di filmare letteratura non si legittima affatto attraverso la trasposizione, possibilmente congeniale, di un medium (letteratura) in un altro (film). Il lavoro filmico su un soggetto letterario non deve quindi avere lo scopo di realizzare con la massima fedeltà le immagini che la letteratura produce nel lettore. [...] Non riesco a immaginare il mondo di Jean Genet, e quindi neanche la trasposizione filmica di questo mondo, in esterni reali, perché ogni azione, ogni gesto, ogni sguardo significa sempre qualcos'altro, sempre qualcosa di più grande, di sacro. (RWF)
[...] E ora che il film è finito, posso dirvi cosa è [Lysiane]: la donna, la Vergine Maria, l'amante, la madre, la figlia. (Jeanne Moreau)
Marcel Carné fu l'unico a volerlo insignire del Leone d'oro alla Biennale di Venezia del 1982, ma naturalmente ancora vinsero i timori, i compromessi e i moralismi delle menti tarpate.
Alla mia prima visione (2006) fui certo sorpreso e affascinato ma anche disorientato, diventando poi consapevole della sua portata artistica alle successive visioni. 10
Sulla colonna sonora
Musica originale altrettanto irreale, soffusa e quasi mistica di Peer Raben.
Commenti
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13 settembre 2010, 08:55 di spopola
Mi piace moltissimo questo commento, non solo perchè è scritto benissimo, ma perchè "scava" in profondità e fa emergemere l'anima dell'opera ... importante anche che tu abbia "recuperato" quella dichiarazione di Fassbinder che evidenzia come meglio non sarebbe possibile fare, il rapporto (tutt'altro che illustrativo) fra "cinema" e "letteratura"... questo è quello che si chiede al cinema quando affronta un'opera letteraria, di "interpretare", di dare la sua versione in immagini, non di "imitare" (altrimenti non avrebbe senso: basta leggere ciò che già c'è che sarà in ogni caso sempre più interessante ed esaustivo)
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13 settembre 2010, 10:34 di kotrab
Grazie, sono pienamente d'accordo, non avrebbe senso, essendo due mezzi dagli "strumenti" espressivi diversi, e inoltre Fassbinder sottolineava anche il fatto che ogni lettore ha una propria immagine mentale e per forza di cose lui non poteva che esprimere la sua, con tutte le libertà che un artista può concedersi, senza però mancare di rispetto al modello. A mio modesto parere, è uno dei pochi casi di capolavoro nato da un altro capolavoro.
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13 settembre 2010, 12:31 di kubritch
E' uno dei miei film preferiti. Troppo all'avanguardia ancora oggi, figuriamoci quando uscì. E' cinema allo stato puro e perciò si svolge in una dimensione trascendente, onrica, inconscia. Certamente non è un film per il grande pubblico; più per chi ha raffinato la coscienza di sé; per persone che non hanno l'abitudine a mentirsi. Sicuramente non è fatto per un pubblico americano che non ci capirebbe niente; e lo bollerebbe di pazzia ed eresia. E in questo sta tutta la differenza tra USA e UE. Siamo noi i più liberi e dunque 'giovani', in un certo senso, di coscienza. Loro lo sono solo anagraficamente e si vede; infatti dimostrano un infantilismo distruttivo in tutto quello che fanno.
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13 settembre 2010, 12:45 di kotrab
Mi riallaccio, kubritch, alla "dimensione trascendente" di cui parli per ribadirla, non avendola ben chiarita nell'opinione: Fassbinder ha infatti trovato il modo di rendere l'intreccio tra carnalità e sacralità del romanzo, tra omicidio, eros e senso del trascendente, sia nelle immagini che nelle note musicali di Peer Raben, quando usa quel coro misterioso e sensuale.
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13 settembre 2010, 13:19 di kubritch
E' vero. Già dalle prime note il film ti trasporta in un'altra dimensione. Un lavoro impressionante. Fotografia, scenografia, costumi, direzione degli attori. Cinema al cubo. La voce di Jeanne Moreau che canta 'Each man kills the things he loves' (ogni uomo uccide ciò che ama' penso che si marchi a fuoco nella memoria di ogni amante di cinema. Fassbinder ci dice, in fondo, che la nostra civiltà è il risultato di un conflitto interiore; un corto circuito tra componenti psicologiche rimosse. La civiltà ci impone il sacrificio di noi stessi, l'amputazione di una parte di noi. Da ciò la violenza, la passione.
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13 settembre 2010, 13:36 di kotrab
Esattamente, la canzone che ricorre nel locale rimane impressa da subito, come rimangono impresse nella mente moltissime immagini, talmente curate e armoniose da sembrare quadri o icone, oppure il duello tra Querelle e Robert, contemporaneamente rito, confronto, amplesso e balletto. Vorrei anche ricordare i bellissimi manifesti creati da Andy Warhol (una illustre eccezione del panorama statunitense ;) ), di cui F. Nero ricorda la continua presenza sul set.
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13 settembre 2010, 17:31 di kubritch
Non lo sapevo. Bellissimo.
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