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Opinione di OGM su L'angelo sterminatore

[El angel exterminador, Messico 1962, Drammatico, durata 95', b/n]   Regia di Luis Buñuel
Con Silvia Pinal, Enrique Rambal, Jacqueline Andère, Claudio Brook




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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08/10/2010 voto al film: voto ottimo

Sul film

L'angelo sterminatore è la paura, che tiene in ostaggio la borghesia, impedendole di mescolarsi con il resto del mondo. Questa ossessione sottile e inconfessabile, che si affaccia sistematicamente negli incubi notturni, è una micidiale mistura di pregiudizi, superstizioni, manie, che riduce le sue vittime ad un gregge (gli agnelli) o ad un branco di animali ammaestrati (l'orso al guinzaglio). I palazzi in cui si tengono i ricevimenti, e le chiese dove si celebrano i riti domenicali, diventano ovili e circhi equestri, in cui bestie selvatiche in cattività sfogano le proprie paranoie in uno spettacolo primitivo e degradante. Fuori dagli schematismi di forzose convenzioni, l'elitarismo dell'alta società si rivela il terreno di coltura di istinti repressi, pullulante di vizi e debolezze: la prigionia autoimposta – di cui il film presenta una metaforica esasperazione -  toglie l'aria, costringe alla promiscuità, e sottrae agli individui l'intimità necessaria a coltivare le proprie personali perversioni.  Queste, se trasportate all'esterno, si trasformano in germi contaminanti, in veleno per l'ambiente circostante: nessuno, infatti, possiede in sé gli anticorpi per i morbi dell'anima altrui. Luis Buñuel presenta l'elemento surreale come l'incarnazione ectoplasmica della degenerazione  morale dovuta alla combinazione di geni incompatibili, di mutazioni solitarie e gelosamente chiuse nella propria deviante irripetibilità. Nel momento in cui la facciata dell'etichetta si sgretola, la superficiale armonia si rompe, lasciando tutti nell'incapacità di decidere come comportarsi. Diventa impossibile, allora, ritornare alla normalità, perché si è perso il filo del copione, il ritmo della finzione scenica che si è come inceppata. Basta una piccola stonatura, una lieve distrazione, perché l'incanto si spezzi e la confusione rapidamente si propaghi, causando un blocco generale degli ingranaggi. Quello che Buñuel mette in scena, nella villa tenuta sotto assedio da un blackout psicologico dei suoi occupanti, sembra la versione ante litteram di un reality televisivo, in cui i "famosi" sono sottratti, non tanto alle loro comodità, quanto alle loro certezze di casta, senza le quali il loro universo, fatalmente, crolla.


SI

Commenti

  • 8 ottobre 2010, 09:58 di kotrab

    Parole sante.

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  • 8 ottobre 2010, 23:47 di Peppe Comune

    Un capolavoro assoluto. Un processo solenne inscenato da un Bunuel in stato di grazia, condotto contro gli esponenti dell'alta società e con una modalità che fa pensare a una rivincita agognata per troppo tempo. Azzera la volontà di agire a persone che l'hanno sempre potuta imporre agli altri e li si scaglia l'uno contro l'altro aprendo voragini profondo nel loro corporativismo massonico. Interessante la tua lettura. Un saluto.

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  • 12 ottobre 2010, 08:43 di OGM

    Grazie dei commenti. L'intento dissacratore di Bunuel, così magistralmente descritto da Peppe Comune, si avvale qui di un approccio squisitamente sottile, elegante, equilibrato, che preferisce l'effetto spiazzante del realismo ai violenti affondi della satira. Ciò che più sorprende è il particolare uso dell'allusione, tipico strumento dell'ipocrisia borghese, che qui, invece, viene utilizzato per mostrare e sottolineare le contraddizioni di una casta che, ridotta allo stremo, non regge più la fatica di portare avanti la sua recita a soggetto. La villa diventa così il teatro di una compagnia di commendianti allo sbando, che dimenticano il copione, depongono i costumi ed, infine, fanno a pezzi la scenografia. Un carissimo saluto da OGM.

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  • 18 aprile 2012, 15:17 di MIWER

    lei dice: -la paura tiene in ostaggio la borghesia- quello che mi chiedo è: in che che cosa consiste questa paura? La mia impressione è che non sia la paura a impedire il "mescolamento" con le altre classi sociali, ma l'impossibilità a concepire "l'altro" e gli "altri". La casa non è un rifugio (sede, appunto, di chi teme l'altro), ma è una bolla mistica che imprigiona incosciamente, che impedisce di guardare fuori, che mortifica il confronto con il resto del mondo.

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  • 21 aprile 2012, 20:43 di OGM

    L'impossibilità di concepire l'altro non è un'incapacità morale o intellettuale, ma nasce, a posteriori, come un meccanismo di difesa. A farlo scattare è proprio quella "paura" di doversi confrontare con una realtà alternativa, in grado di mettere in discussione i principi del proprio ceto sociale. La casa è il luogo-simbolo del senso di sicurezza che deriva dal fatto di trovarsi circondati dai propri simili, dai quali si ricevono soltanto conferme e consensi. Quel luogo, inteso come "nido" o "torre d'avorio", nel film di Bunuel si trasforma, per contrappasso, in una prigione da cui non è possibile uscire, e in cui si è costretti a convivere con i propri compagni di casta, in una maniera che, ben presto, divieme opprimente. Grazie dell'intervento, e un caro saluto.

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