Opinione di OGM su L'arpa birmana
Con Shoji Yasui, Rentaro Mikuni, Jun Hamamura, Tatsuya Mihashi
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Ci sono momenti, nell’esistenza del soldato, in cui le armi tacciono, ed a impegnare la sua mente sono la necessità del dialogo e la strategia psicologica, la tensione dell’attesa e l’incertezza derivante dallo spaesamento, la difficoltà a sopravvivere in un ambiente straniero, l’umiliante durezza della prigionia, o il tormento della coscienza per l’orrore vissuto. Questo film interpreta il dramma della tregua in tutti i suoi aspetti, e con cadenze profondamente intimiste: nella vicenda di Misushima - soldato giapponese rimasto isolato in territorio birmano – la vita fatta a pezzi, in senso fisico e spirituale, diventa un vivido focolaio di poesia. Al lirismo dell’individuo smarrito corrispondono, come tenui accenti di controcanto, i semplici gesti di generosità della popolazione locale: la sua improvvisa conversione al monachesimo buddista si trasforma così in un pellegrinaggio alla ricerca di Dio che lo porta, invece, ad incontrare l’Uomo. Scoprire, nei gesti del presunto nemico, un esempio da seguire, ed accorgersi che la pietà è un bene universale e contagioso, sono, per lui, i riscontri concreti di quella intuizione che l’aveva colto sul campo di battaglia, e che egli aveva inconsapevolmente affidato al suono della sua arpa birmana. La musica dello strumento, con l’inconfondibile timbro melodico da lui inventato, continua – anche dopo che lui si è reso irreperibile - a diffondere nell’aria il suo messaggio di pace: un richiamo rivolto a tutti, in cui l’impronta personale è solo un marchio di autenticità, che ne garantisce il valore di testimonianza radicata nell’esperienza realmente vissuta. Il suo linguaggio, cifrato e trasmesso da una distanza indefinita, è come il contenuto di una rivelazione proveniente da un’altra dimensione. L’eterea figura di Misushima che, nel congedarsi dai suoi compagni, svanisce in leggera in mezzo alla nebbia, suggella il dissolversi della sua anima nell’unità del cosmo: il suo orizzonte non è, come per le masse asserragliate dietro a un filo spinato, la promessa di un ritorno alla quotidianità di sempre, con i suoi soliti futili piaceri. È invece, un orizzonte indefinito e lontano, come quello del mare, sulla cui vastità, nell’ultima scena, sembrano planare le parole della sua lettera d’addio. Ne L’arpa birmana l’antimilitarismo è solo il tacito presupposto di un discorso ben più grande, che esalta la libertà della persona come fondamento irrinunciabile di ogni tipo di umanesimo, e come l’unica possibile chiave di accesso a quel mistero onnipresente che riguarda il nostro vero ruolo nel creato.
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