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Il rito (1969)




I punteggi di FilmTV

Humor umorismo in Il rito: minimo
Ritmo ritmo in Il rito: minimo
Impegno impegno in Il rito: molto forte
Tensione tensione in Il rito: presente
Erotismo erotismo in Il rito: minimo

Il voto di FilmTV

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La trama

Processo a tre interpreti per un'opera scandalosa.

Tre attori: un uomo, la moglie e l'amante, finiscono davanti a un giudice, accusati di oscenità per il loro spettacolo. Il giudice fa replicare la scena incriminata: sconvolto ed eccitato, violenta l'attrice e muore d'infarto.  

Girato per la televisione svedese è un dramma sul valore dell'arte, della quale cerca di recuperare il valore originario, sacrale e dionisiaco, ma anche sui limiti della morale. Cinema estremo, psicanalitico, freddo ma anche con eccessi didascalici. Tutto girato nello spazio claustrofobico di un aula di tribunale e affidato a quattro grandissimi attori. Si intravede l'ombra di un confessore: è quella dello stesso Ingmar Bergman.

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L'opinione più votata

Di spopola scritta il 02/04/2007 - utile per 1 utenti

Voto al film: voto buono

In effetti si tratta di un film girato per la televisione (e in qualche modo si avverte il “limite”, certamente imposto dal mezzo a cui era destinato, proprio in quello che può sembrare un eccessivo didascalismo derivante anche dalla sovrabbondanza dei dialoghi). Si tratta in pratica di una forma indiretta di “teatro da camera” totalmente ambientato in interni spesso claustrofobici, che privilegia l’utilizzo dei primi piani e soprattutto – come già accennato - quello della parola che spesso ha il sopravvento, tutti elementi che “denunciano” proprio la finalizzazione dello stile alle dimensioni del piccolo schermo, ma che in ogni caso inficiano solo marginalmente il risultato di un’opera comunque densa e problematica, implacabile e attenta, come tutto il miglior cinema di questo regista, che questa volta ha nei contenuti, più che nelle immagini (e quindi anche nelle “parole”), il suo valore aggiunto proprio perché finalizza la ragione prioritaria della sua creazione, alla necessità dell’introspezione scarnificata, condotta con la qualità dell’eccellenza, che si insinua e prende vigore attraverso una analisi anche comportamentale se possibile ancora più spietata e provocatoria del solito che non può prescindere dai dialoghi, destinata a mettere davvero a nudo il cosiddetto “fango delle anime”, stigmatizzando nel contempo le condotte disturbanti e non del tutto ortodosse che determinano queste “dolorose” cadute” oltre il “consentito”. La storia è molto semplice nella sua evoluzione, molto “strindberghiana” direi, un match trascinante raccontato senza pudori o reticenze: quelli che contano, più che gli eventi, sono i coinvolgimenti e le implicazioni morali che ne derivano e che vanno ben oltre il rappresentato. Si narra infatti di tre attori – due uomini e una donna – che, imputati per la realizzazione di uno spettacolo osceno, vengono interrogati (o per meglio dire, “spogliati”, sviscerati e contrapposti) da un giudice che rimarrà così sconvolto da quella rivisitazione visualizzata dell’azione scenica incriminata, da perdere a sua volta la dimensione del “senso del pudore” fino a tirare fuori i suoi “demoni nascosti”, arrivando persino a violentare l’attrice un po’ ninfomane, con un “atto materiale” che va ben oltre la “finzione”, per poi morire fulminato da un imprevisto quanto improvviso e “catartico” infarto. Si potrà rilevare quindi una volta di più, l’importanza prioritaria non solo del “significato della parabola”, ma anche della maniera con la quale viene esposta la “tesi” (non a caso sono “attori” e non semplici personaggi comuni i protagonisti del dramma, così da evidenziare ulteriormente la “natura stregonesca” - o meglio “l’illusione del reale” - più volte enunciata dal suo cinema - e qui esasperata alla massima potenza - raffigurata non solo dal teatro, ma da ogni espressione artistica che si esprime attraverso la via indiretta della “interpretazione”, che da sempre rende “il tramite”, un enigmatico “strumento di magia”, il “mezzo” necessario per la materializzazione del “rito” di quella rappresentazione mediata che sublima l’arte. ESPANDI +
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SI

Opinioni su Il rito


25 gennaio 2011 Opinione di michel su "Il rito"
michel

UN RITO PER POCHI INTIMI Tre attori famosi, un uomo, sua moglie e l’amante di lei, devono rispondere di oscenità davanti a un oscuro e tormentato giudice di provincia. Il marito rappresenta l’elemento razionale del gruppo colui che deve guidare la creatività dei suoi fragili e ipersensibili colleghi. Il giudice è l’elemento perturbatore che rischia di distruggere il già precario equilibrio. Tutti e quattro potrebbero però essere le facce...

voto al film: michel assegna il voto mediocre a Il rito (1969)


21 maggio 2009 Opinione di mm40 su "Il rito"
mm40

Un'ora e un quarto di durata, quattro soli personaggi (con breve comparsata del regista), azione poca, ma un fitto intreccio psicologico ed una moltitudine di ruoli e di rapporti fra i protagonisti. I tre attori sono marito, moglie ed amante (marito consenziente) e per di più anche il giudice è innamorato della donna; nonostante questo, lei appare (e realmente a letto risulta) frigida, distante da chi la circonda; il giudice, cioè la legge, le istituzioni, è una figura spregevole,...

voto al film: mm40 assegna il voto sufficiente a Il rito (1967/1969)



20 settembre 2008 Opinione di steno79 su "Il rito"
steno79

Un'altra parabola bergmaniana sulla sacralità della creazione artistica, svolta attraverso una struttura da inchiesta che mette a confronto un giudice con tre attori accusati di una rappresentazione oscena. Girato per la televisione, tutto in interni e a basso costo, risente di un'eccessiva logorrea piuttosto teatrale (e di una divisione piuttosto netta in nove scene, secondo la convenzione del palcoscenico) nonostante la breve durata di 72 minuti. Gli...

voto al film: steno79 assegna il voto sufficiente a Il rito (1969)


16 agosto 2008 Opinione di sasso67 su "Il rito"
sasso67

Originariamente girato per la televisione, "Il rito" è una sorta di messa in scena di un procedimento giudiziario intentato da un giudice nei confronti di una compagnia teatrale, Les Riens, composta da due uomini e una donna, per l'oscenità della loro rappresentazione. Con un'impostazione molto televisiva, quasi teatrale, piuttosto scarna e a tratti addirittura (volutamente) sgradevole, Bergman ci fa vedere in nove scene (e 72 benedetti minuti) il confronto - scontro tra i quattro...

voto al film: sasso67 assegna il voto buono a Il rito (1967/1969)



2 aprile 2007 Opinione di spopola su "Il rito"
spopola

In effetti si tratta di un film girato per la televisione (e in qualche modo si avverte il “limite”, certamente imposto dal mezzo a cui era destinato, proprio in quello che può sembrare un eccessivo didascalismo derivante anche dalla sovrabbondanza dei dialoghi). Si tratta in pratica di una forma indiretta di “teatro da camera” totalmente ambientato in interni spesso claustrofobici, che privilegia l’utilizzo dei primi piani e soprattutto – come già accennato - quello della...

voto al film: spopola assegna il voto buono a Il rito (1967/1969)

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18 aprile 2006 Opinione di Aquilant su "Il rito"
Aquilant

Hans Winkelmann (Gunnar Björnstrand), è assennato, ragionatore, paziente, l’anima del gruppo, freddo calcolatore sempre pronto a compromessi vari anche di natura estremamente ambigua. Sebastian Fisher (Anders Ek), è un personaggio al limite del parossismo, irresponsabile, che non ha bisogno di alcun Dio ma provvede a fornirsi da sé i propri angeli e demoni. Poco più che un morto vivente, a dire il vero. Tea (Ingrid Thulin), ”antenna parabolica per i misteriosi segnali che provengono...

voto al film: Aquilant assegna il voto buono a Il rito (1967/1969)




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