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Opinione di kerouac su L'importanza di chiamarsi Ernest





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01/08/2008 voto al film: voto sufficiente

Sul film

Wildiani di tutto il mondo unitevi, ma non preoccupatevi!! Il suddetto trattamento della commedia più celebre di questo genio assoluto non ne infanga la memoria. Si tratta di film modesto, filologicamente vittoriano, cinematograficamente british. Di Wilde restano più che altro i dialoghi, o meglio la sincopata gara a ping pong delle conversazioni, tradotto: quanto di meglio possiate sentire tra persone colte e stupide. E’ incredibile notare come l’immortalità si sia impossessata di questo testo peccaminoso e innovativo: anche sullo schermo la tagliente composizione di una futilità collettiva e lo splendore ironico della scarnificazione nobiliare rivivono senza sentire il tempo; è unico, in ogni istante il sublime si combina al patetico, il sarcasmo ai sentimenti, all’illusione di una farsa che ride di se stessa. E’ una commedia scritta per il teatro e nata per restare sul palcoscenico: Wilde ha piegato le leggi del teatro al suo ego di scrittore, deridendo gli sviluppi tradizionali proprio perché li conduce fino in fondo: è un’ironia talmente audace e senza compromessi che lo spettatore rischia di non cogliere, assorbito dal resto. Il paradosso di questo capolavoro è proprio questo: lo spettatore generico rimane ipnotizzato da una vicenda inutile che tuttavia non può fare a meno di seguire; perdonate ma questa non è bravura, bensì magnificenza e Wilde ha sempre giocato con il lettore, prendendolo in giro con la propria scrittura. Il senso della commedia esce dal non senso, ribaltando tutto ciò che state vedendo e ascoltando: l’imprevedibilità dell’intreccio è essere banale, la genialità “incatenare” lo spettatore alle solite ed universali traversie amorose mentre in realtà ogni sentimento è solo gioco, che non si prende mai sul serio, un continuo smascheramento della verità di persone che mentono e perseguono la loro menzogna. Lo stupore nasce dalla coerenza con cui porta a termine il futile: la creme della creme vittoriana è a guinzaglio dell’amore non per onestà ma per capriccio, e non se ne accorge nemmeno; mentre i dialoghi la sotterrano, la nobiltà marcia a tappe spedite senza curarsi d’altro: la serietà (Earnest significa serio) del non serio. I personaggi - o meglio la classe dirigente wildiana - concepiscono il trionfo amoroso come lo svago provvisorio del suo tempo, il balocco di anime vuote uniformemente identiche, dare importanza a ciò che non dovrebbe averlo, non così almeno; per citare Herzog, è “la conquista dell’inutile”. Questo adattamento segue il genio di Wilde da lontano, senza avvicinarsi mai alla sua grandezza, ne ha quasi paura. Ha preso esattamente le parole dello scrittore/poeta/commediografo/drammaturgo irlandese (e questo è un merito) ma non ha aggiunto niente di personale, limitandosi a seguire lo svolgimento di una macchina perfetta. La mancanza di personalità finisce per inghiottire perfino l’ironia, la potenza delle conversazioni, rende sterile un prodigio che ha bisogno di partecipazione e audacia per vivere in presa diretta, non solo di bravi attori. E’ l’opera di un fedele esecutore che non sa essere autore. Era il testo ideale per Buñuel, ma il regista non se ne è accorto.


SI

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