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Lontano dal paradiso - La recensione di FilmTv

[Far from Heaven, 2002, durata 107']   Regia di Todd Haynes
Con Julianne Moore, Dennis Quaid, Dennis Haysbert, James Rebhorn, Patricia Clarkson



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La recensione di FilmTv

di Emanuela Martini

Bello l’omaggio di Todd Haynes a Douglas Sirk e al grande mélo hollywoodiano. Con la storia di Cathy - una splendida Julianne Moore - moglie e madre perfetta nell’America perbenista e razzista degli anni ‘50

Nel 1958, Hartford, nel Connecticut, sembra il paradiso. Famiglie benestanti vivono nelle residenze dai giardini curati, tra un trionfo di alberi dalle foglie multicolori; le signore si incontrano all’ora di pranzo, mentre i mariti indaffarati sono al lavoro e i deliziosi pargoli a scuola. Bianchi e neri paiono convivere serenamente, anche se i neri sono governanti e giardinieri o, al massimo, aprono un negozio di fiori. La protagonista, Cathy, porta dei bei vestiti inamidati e la sciarpa appoggiata sui capelli; suo marito è il capo della succursale locale di una società di televisori; la sera fa sempre tardi in ufficio. Finché una sera Cathy, solerte e preoccupata, decide di portargli una cena calda, e lo trova, nell’ufficio buio e ormai deserto, abbracciato a un altro uomo. Capisce così di trovarsi, in realtà, ben lontana dal paradiso: “Far from Heaven”, come dice il titolo originale del film di Todd Haynes, che riecheggia “All That Heaven Allows”, titolo originale di “Secondo amore” di Douglas Sirk. Bell’omaggio, pensato con affettuosa dedizione, elaborato a tavolino, costruito con minuziosa passione da cinéphile, di un giovane autore trattenuto, rarefatto e bizzarro (solo in “Velvet Goldmine”, Haynes si “mollava” un po’) a un grande maestro che ha spremuto al pubblico, non solo femminile, lacrime e passioni, ma che in realtà è stato uno dei più acuminati critici sociali e uno dei più rigorosi talenti visivi degli anni ‘50. “Lontano dal paradiso” parte come “Secondo amore” (e ne sviluppa la storia d’amore interclassista e “thoreauiana”), cresce come “Lo specchio della vita” (nella deviazione razziale) e tiene come sottotesto “Come le foglie al vento” (nel risvolto omosessuale e nell’interpretazione alla Robert Stack di Dennis Quaid). La sua fotografia è come quella gloriosa di Russell Metty; Julianne Moore è una straordinaria rivisitazione di Jane Wyman. Certo, non è Sirk, né Stahl, né Minnelli, ma serve a resuscitarne le suggestioni e i sotterranei incubi non sopiti.


Commenti

  • 12 novembre 2011, 20:33 di Inside man

    Condivido questa lettura capace di mediare fra chi mi è sembrato essere eccessivamente entusiasta della bella pellicola di Haynes o al contrario esageratamente critico (fino ad arrivare alla stigmatizzazione dell'eccellente prova della Moore). Alla felice definizione di film "...pensato con affettuosa dedizione, elaborato a tavolino, costruito con minuziosa passione da cinéphile, di un giovane autore trattenuto, rarefatto e bizzarro..." aggiungerei un accenno al voluto e forse un pò sovraccarico manierismo adottato dall'autore, freddo ed esteticamente prezioso, eppure privo spesso di quell'anima che traspariva dai capolavori melò statunitensi anni "50 (come sottolinea de goffro). Luci brillanti e ombre tenui che tendono invece ad accentuarsi nei confronti di una struttura narrativa non esente da alcune grossolane convenzionalità del genere (ad esempio nella tipologia e nell'andamento del climax della scena in cui Cathy viene colpita dal marito ubriaco dopo l'estremo e fallito tentativo di approccio sessuale), e di contro da momenti di altissima intensità e valore cinematografico (vedere l'originalità del tocco "sotto le righe" e la perfezione tecnico-stilistica dell'addio finale in stazione fra i due platonici amanti). Nel complesso siamo ad un'incollatura da Sirk e Minnelli.

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