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Un viaggio chiamato amore - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Bruno Fornara

Placido sceglie di concentrarsi sui volti, l’anima, le passioni. Il risultato intriga ma non convince

Michele Placido rischia grosso, si butta in un’impresa disperata, un film d’amore, poesia e follia, su un poeta pazzo e una donna disposta a innamorarsi di poesia e follia. Non vuole – lo capiamo subito – il film cartolinesco dove il paesaggio serva a cauterizzare sentimenti e stati d’animo, non vuole neppure dare risalto allo sfondo storico, la guerra è lontana e tra i vagoni dei treni che vanno al fronte Sibilla e Dino possono solo abbracciarsi singhiozzando. Non vuole fare un film in costume. Vuole concentrarsi su due volti e anime che cercano di entrare nel secolo breve, dimenticare romanticherie e oppressioni, confrontarsi con la follia di un mondo che sta per essere partorito da una guerra. E vogliono trovare le parole per dirlo, i gesti per mostrarlo. Parole che siano poesia, passione e smarrimenti. Gesti che mostrino la ribellione e il brancolare di una ricerca appena iniziata. «Io cerco una parola!», grida Campana ed è un progetto di accesa poetica e di sventurata avventura. Placido rischia molto (onore al merito), qualcosa trova, qualcosa gli sfugge. Trova una musica che riesce a passare, anche nella stessa sequenza, da una comoda e piacevole serenità a un’inquietudine dubbiosa, slegata e ispida. Trova una luce (di Luca Bigazzi) che perde colori e aura, si fa livida e vuota, si scurisce fino al nero finale. Trova il posto giusto per le parole della Aleramo e i versi di Campana. Quello che ci sembra non trovi (ci sono in Italia?) sono due attori che sappiano reggere il peso di così poderosi compiti. Accorsi, l’attore più richiesto che abbiamo, dev’essere Campana, «il più grande poeta che abbiamo», come lo definì Emilio Cecchi. Laura Morante, l’attrice più richiesta che abbiamo, dev’essere la misteriosa Sibilla. Lottano (soprattutto lei), non sempre ci riescono.


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