Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="http://www.liquida.it/widget.liquida/" title="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>

L'uomo del treno - La recensione di FilmTv

[L'homme du train, 2002, durata 90']   Regia di Patrice Leconte
Con Jean Rochefort, Johnny Hallyday, Edith Scob, Jean-François Stévenin



La recensione di FilmTv

di Mauro Gervasini

Due uomini giunti al traguardo vorrebbero scambiarsi le vite. Ci riusciranno? Bravissimi gli interpreti: Hallyday e Rochefort. Esemplare la regia di Leconte che, sul canovaccio di un polar, costruisce una riflessione appassionata sulla vecchiaia

Tutti i giorni feriscono, l’ultimo uccide. E aspettando un sabato di fuoco due personaggi (anzi: due uomini) mettono a repentaglio le proprie esistenze, sognando di potersele scambiare. Un bandito che sta per rapinare una banca, un anziano professore che deve affrontare un intervento chirurgico. Uno ha invidia della condizione dell’altro, e sotto il filtro di una sceneggiatura da incorniciare (di Claude Klotz, alias Patrick Cauvin, scrittore che nel paese delle Tamaro e dei Baricco non conosce nessuno) passa il desiderio di un domani se non migliore, diverso. Patrice Leconte firma con “L’uomo del treno” il suo film migliore, sceglie la rischiosa strada di una messa in scena “sperimentale” (digitale riversato) per rendere ancora più evidente come l’unica cosa che conti sia l’anima, non la forma. Dietro ogni dialogo, un mondo; dietro ogni “maschera”, una verità. Il professore avventuriero, l’avventuriero pantofolaio, il ladro artista (Jean-François Stevenin: magnifico). Leconte e Cauvin utilizzano il canovaccio del polar (un dramma di genere con psicologie allo stato brado) per imbastire una storia esemplare, pretesto per una riflessione appassionata sulla vecchiaia di cui si ribalta l’assunto comune: non è la stagione della vita su cui cala la notte ma quella che segna l’alba di un nuovo giorno. Così si spiega anche il finale, solo all’apparenza ridondante, in cui i due uomini sospesi in una veglia di morte cinematografica si scambiano non il futuro, ma il passato. Non sarebbe così bello “L’uomo del treno” senza i due protagonisti. Jean Rochefort, il professore in pensione, gioca sul registro dell’(auto)ironia; Johnny Hallyday, rockstar noir, su quello della demistificazione («Hai letto troppi polar» dice all’amico). E non sarebbe così bello se Leconte non avesse scelto di calare il contesto rarefatto tra echi e reminiscenze di vecchi noir con Serge Reggiani e Lino Ventura o vecchi western con Gary Cooper e Henry Fonda.


Commenti

Non è stato inserito ancora alcun commento. Vuoi essere il primo?


Lascia un commento

Per poter commentare occorre essere iscritti. Se non sei iscritto registrati, atrimenti fai login nel box in alto a destra



login

hai dimenticato la password?