Opinione di Spielbergman su Alien
Con Sigourney Weaver, Tom Skerritt, Harry Dean Stanton, Veronica Cartwright
- negative [4]
- sufficienti [7]
- positive [88]
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Sul film
Un’assordante sinfonia dell’orrore nello spazio profondo. Claustrofobico come pochi, il miglior Scott. Lontanissimo dal “Gladiatore”, dalle “Crociate”, ma anche dall’altro capolavoro fantascientifico del regista, “Blade Runner”, “Alien” è probabilmente la summa del suo cinema. Non perché “Blade Runner” non sia un capolavoro o “Il Gladiatore” non sia una grande (seppur imperfetta) tappa del percorso registico dell’autore, ma perché “Alien” è stato il film in cui Scott è riuscito a riversare la sua idea di un’autorialità “popolare”, alla portata di tutti, “nerd”, riuscendo sia a spaventare, sia a far pensare. Perché sotto la superficie patinata da gigantesco horror fantascientifico anni ’50, in verità “Alien” presenta un apparato filosofico non indifferente. Nel film, l’equipaggio della “Nostromo”, una sofisticata nave spaziale commerciale, vengono risvegliati dal criosonno dalla “Mother”, il computer di bordo, e si ritrovano lontanissimi dalla rotta prestabilita, vicino ad un pianeta che si rivelerà essere la fonte di tutti i problemi dei protagonisti. E durante il racconto, creature meccaniche mettono continuamente a repentaglio la vita dell’equipaggio in fuga dall’Alien, per un motivo agghiacciante. Come non accostare “Mother” ad “Hal 9.000”? Come non chiedersi da cosa scaturisca tutto quell’orrore? Di tracce interpretative ce ne sono eccome, ed è questo a rendere “Alien” tutto tranne che il solito film di cassetta: il fatto che ponga domande. Poi certo, “Alien” è soprattutto il racconto di un’impressionante caccia all’uomo da parte della “Creatura dello spazio profondo”, 122 minuti di spaventi e orrori primordiali, ma il cuore del film non è la “creatura”. È ancora una volta, per il cinema di fantascienza, la tecnologia che impazzisce fuggendo di mano all’uomo e gli si ritorce contro. Su questo fronte del film sono stati scritti saggi da parte di studenti di bioetica, robotica, cinema e filosofia. Senza dubbio il lavoro di Scott è l’esempio più lampante di come anche un film dell’orrore possa trasformarsi in un trattato di filosofia, e non è un caso che per ambientazione, alcune atmosfere e per una certa “lentezza” dell’incedere “Alien” ricordi “2001: Odissea nello Spazio” di Kubrick. Solo che qui siamo in piena zona thriller… e in presenza di uno dei più grandi concentrati d’arte e stile degli ultimi decenni. Capolavoro.
Sulla trama
Decisamente ispirata. Il lato “mistery”, quello che cela i segreti del viaggio della “Nostromo” e dell’azione di “Mother”, mi ha persino ricordato lo spionaggio hitchcokiano vecchio stile, unito all’Asimov più cervellotico. E il lato horror è un Tobe Hooper nello spazio. Che film, ragazzi…
Sulla regia di Ridley Scott
Ridley forever. Ma dove cacchio è finito?! Quello degli ultimi anni è un omonimo, non dategli ascolto.
Sull'interpretazione di Sigourney Weaver
Non spreco troppe parole apposta per non ripetere che è grandiosa…
Sulla colonna sonora
Fa il 30% della riuscita del film, pur essendo quasi del tutto impercettibile. E quel 30% è solo perché il restante 70 lo fa tutto il resto…
Commenti
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2 marzo 2010, 17:28 di maxago2000
Completamente d'accordo
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