Opinione di Marcello del Campo su Gangs of New York
Con Leonardo DiCaprio, Daniel Day-Lewis, Cameron Diaz, Jim Broadbent
- negative [30]
- sufficienti [36]
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Sul film
ELOGIO/ELEGIA PER GANGS OF NEW YORK
Gangs Of New York chiude un trentennio di cinema che si può elidere al novanta per cento per sempre dalle mappe dell’occhio, taglia corto con la cinefilia corrente-autoindulgente che ha consegnato agli intellettuali armi e bagagli della critica, non fa il verso né si rifà ai rifacimenti dei savi pazienti, al calcolato calco dei generi affossandone i codici, irrita tutti quelli che al cinema chiedono di sentirsi intelligenti (l’astuzia dei Coen che invita allo sterile esercizio del narcisismo è il punto più alto del fallimento di un’intera generazione di cineasti rovinata dal rovinoso confronto tra l’autentico détournement e l’inautentico che non “parla” il cinema ma da esso si “fa parlare” nelle forme che tanto piacciono all’intellettuale-massa), delude gli esegeti dei resti e degli scampoli che adesso, sviati dai fatti della produzione, rovistano l’integrità dell’opera, caso mai il diamante si trovi entro lo scarto e non brilli invece, invisibile ai ciechi, in questa birth of a city che non fa sconti alla barbarie, mito fondativo dell’impero americano, disgusta i moralisti che tollerano la violenza che li accerchia da tutti i media, in ossequio che cuore non sente se occhio non vede, i tartufi che massimo si contentano di un girotondo intorno al mondo in furia e fiamme, dimenticando che da sempre il cinema di Martin Scorsese ha raccontato già la storia barbara about buildings and food, in mean street, meglio, dalla rasatura distruttiva del volto dell’anonimo americano e dalla crocefissione dell’operaio sindacalista in boxcar bertha, lascia orfani i fans che di cinema non hanno mai capito la storia e le fonti e stanno al racconto del cineasta che si dice ispirato da Leone, Peckinpah e e Kurosawa sviandoli da una ricerca attenta di altre ispirazioni, meno corrive, dei padri fondatori, John Ford, David W. Griffith, S.M. Ejzenštejn (vedi il leone sulla scalinata che fa l’ottobre dei nostri giorni).
Occorreva che dei cadaveri dell’esercito confederato ficcati nelle paludi della Lousiana si occupasse James Lee Burke i cui libri dialogano con le giacchette blu con gli occhi cavi, che Joe Lansdale scoprisse montagne d’ossa di bambini sotto le belle casette di vita familiare, Scorsese fa l’antropologia popolare di una città eretta sopra eroi e tombe, attraverso un viaggio letterario che parte dalla prosa dei derelitti di Dickens, attraversa il popolo degli abissi di London, facendo piazza pulita di altre band altre odissee, e arriva al capolinea di ogni storia, siamo nella preistoria diceva Marx, costruendo il primo film davvero postmoderno, più vicino di quanto non sembri ai distratti di scarsa lettura e poca memoria filmica, ai saliscendi vorticosi di Benny Profane o alle bombe che fanno lo scenario quotidiano di Slothrop negli arcobaleni di gravità. Gangs Of new York, con buona pace di tutti, e attendendo il sorrisino ebete dei moretti in tour per la penisola, prende l’ultimo fotogramma che stava per sfuggire dalle mani degli insipienti e ri-comincia (o porta a compimento: è lo stesso) la storia del cinema.
Altri discorsi sono materia di contrabbando e bric à brac nel grande circo dei bla bla di professione, quelli con gli asterischi a premio e le stelline: parlino pure tra loro, si “facciano parlare” entro l’ordine del discorso dove tutto è immutabile e interdetto.
Della materia di cui son fatti i sogni - più scespiriano di così! - stiano accortamente alla larga i cinefili (immaginate la prostituzione critica dei cine club), non c’è n’è per nessuno.
Commenti
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30 luglio 2011, 11:11 di maurri 63
Caro Marcello, tralasciando i tartufi, che pur mi sa pregiati, ritengo che Gangs possa essere un buon argomento di discussione: al sottoscritto, l'opera di Scorsese appare molto modesta, come tutta la sua filmografia, ma alla luce di questo tuo giudizio rivedrò la pellicola (che ho guardato tre volte, senza nessuno scossone). Un solo invito: al di là delle scene epocali, io ritengo che un film faccia leva sulla memoria dello spettatore. Ti potrà sembrare strano, ma Gangs non resta in niente e nessuno: tutti gli interpellati non sanno rievocare un momento, un gesto, nessuno sa riassumere la trama (ci pensi? neppure in questa recensione c'è...). Perchè un film pure questo è: una somatizzazione. E, onestamente, Gangs, non aggiunge nè toglie a questa parola. In definitiva: troppi gli elogi al film di Martin. Personaggi che non restano affatto nella memoria, un intreccio non certo memorabile, scene (si pensi al bordello) viziate da canoni estetici errati - costumi inaccettabili per quegli anni -, scenografia sontuosa quando sarebbe dovuta essere necessaria quella più agile e scarna di una città allora non imponente. Personalmente, penso come Morandini che si tratti del "capolavoro mancato di un regista incompiuto". Ne facciamo una play? Un carissimo saluto, M
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30 luglio 2011, 18:12 di Marcello del Campo
Caro Maurri63, la tua asserzione ["... l'opera di Scorsese appare molto modesta, come tutta la sua filmografia..."] taglia corto con qualsiasi discussione sul cinema di Scorsese noi si possa fare; la seconda ["... . ma Gangs non resta in niente e nessuno: tutti gli interpellati non sanno rievocare un momento, un gesto, nessuno sa riassumere la trama..."] non è statisticamente ragguardevole, esiste la possibilità che "tutti gli interpellati" siano smemorati, - capita. Ho in molti commenti rilevato la mia avversione a Morandini, un critico con gli occhi foderati di prosciutto zdanoviano. Fare una play? Direi di no, né tu né io cambieremmo 'posizione'. Ti ringrazio per il gentile commento. M.
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