Kill Bill. Vol. 1 - La colonna sonora
Con Uma Thurman, David Carradine, Daryl Hannah, Michael Madsen
La colonna sonora
Un critico americano ha scritto "Il bello di Quentin Tarantino è che, attraverso i suoi film, impone al mondo la sua personale classifica musicale". Un’affermazione con cui non si può che concordare visto che, nel tempo, il regista americano ci ha abituato a considerare le musiche delle sue colonne sonore come elementi irrinunciabili della sceneggiatura. Non che l’immaginifico Quentin sia l’unico a dare importanza, nella stesura di un film, all’elemento sonoro. Ma nel suo caso il rapporto è pressoché simbiotico, al punto da fargli dichiarare: "Non riesco ad andare avanti nella scrittura di un film se non so quale sarà la musica d’apertura. È la musica che mi fa entrare nell’atmosfera e nel ritmo di un film". Ecco quindi che per “Kill Bill vol. 1”, Tarantino torna a saccheggiare la sua sterminata collezione e realizza una colonna sonora (Warner) che non ha un attimo di cedimento, tiene costantemente con il fiato sospeso e amplifica l’adrenalinica e grottesca concatenazione di duelli e combattimenti. Le prime immagini della Sposa vengono così sottolineate dalla voce di Nancy Sinatra in una versione “malinconica” di “Bang Bang” che dilata il ritmo incalzante del celebre brano trasformandolo nella calzante rievocazione musicale della strage che dà il via alla storia del film. Ma è solo l’inizio, visto che il personaggio dello sceriffo-cowboy non potrebbe essere delineato più efficacemente dal rockabilly di “That Certain Female” cantata da Charlie Feathers o l’algida e inquietante Daryl Hannah non sarebbe altrettato fascinosamente letale senza l’incalzante e modulato fischio di “Twisted Nerve” di Bernard Herrmann, estrapolato dalla colonna sonora del film “I nervi a pezzi” (1968). Tarantino (che, naturalmente, è anche produttore esecutivo dell’album) si sbizzarisce poi con le citazioni: dal Luis Bacalov di “Il grande duello” (con l’inconfondibile musica da spaghetti-western ad accompagnare le Anime che raccontano la “travagliata” formazione di Lucy Liu), all’Isaac Hayes di “Run Fay Run” (dal film “Uomini duri”), dalla rockstar nipponica Tomayasu Hotei con “Battle Without Honor or Humanity” (dal film omonimo), al flauto di pan di Gheorghe Zamfir in “The Lonely Shepherd” (da “Il grande biondo”) per arrivare a prodotti squisitamente televisivi come Quincy Jones con un estratto della sigla da “Ironside” e Al Hirt con la virtuosistica “Green Hornet” (dal telefilm omonimo con Bruce Lee degli anni ‘60, a sua volta rivisitazione trombettistica del celebre “Volo del calabrone” di Rimskij Korsakov). In questo tripudio di contaminazioni e richiami figurano poi una trascinante versione di “Don’t Let Me Be Misanderstood” dei Santa Esmeralda; i punk giapponesi 5.6.7’s che con “Woo Hoo” accompagnano i letali volteggi della Sposa durante l’ecatombe nella House of Blue Leaves; Meiko Kaji che reinterpreta la ballata in giapponese “The Flower of Carnage”, dal soundtrack del film “Shurayukihime”, la band lounge tedesca Neu! con “Super 16”. Arricchiscono la raccolta spezzoni di dialoghi (“Queen of the Crime Council”, “You’re My Wicked Life”) e i brani dello score originale, affidato da Tarantino al famoso Rza, produttore del gruppo rap Wu-Tang Clan, che sceglie di ispirarsi ai film di arti marziali, ma in “Ode to Oren Ishi“ cita anche “Sette note in nero” di Bixio/Frizzi/Tempera eseguita da Vince Tempera e dalla sua orchestra.
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