C'era un padre (1942)
Con Chishu Ryu, Shuji Sano, Shinichi Himori, Mitsuko Mito, Masayoshi Otsuka
La trama
Un insegnante affronta le asprezze della vita.
Rimasto vedovo, il professor Horikawa deve provvedere al figlio Ryohei. Ma le disgrazie non sono ancora finite: durante una gita scolastica, uno dei suoi allievi muore in un incidente, provocando in lui un enorme senso di colpa...
Il 39mo film di Ozu è anche uno dei maggiori in assoluto, asciutto e struggente.
L'opinione più votata
Di yume scritta il 19/07/2011 - utile per 9 utenti
Voto al film: 
Tra il ’42 e il ’44 i cineasti giapponesi ebbero il loro da fare per sfuggire alle maglie della censura che imponeva di girare film edificanti sui valori nazionali.
Kurosawa e Kinoshita erano giovanissimi alle prime armi, ma seppero “…additare nuove strade che avrebbero permesso di uscire dal vicolo cieco in cui il cinema nipponico pareva essersi ingolfato” (Anderson-Richie, Il cinema giapponese, 1961, p.138).
Nume tutelare fu, all’epoca, il grande Ozu, senza il cui appoggio Sugata Sanshiro non avrebbe visto la luce: “Se cento punti è il massimo – disse il regista alla commissione militare –il film di Kurosawa merita centoventi”.
Ozu aveva ormai una lunga carriera alle spalle e potè permettersi di girare C’era un padre e Il fratello Toda e le sue sorelle adattandoli al suo stile, “…in modo da non sottolinearne affatto le tesi politiche, soggette invece ad una critica appena mascherata” (Anderson-Richie, cit, p.371).
La storia di C’era un padre, di stampo minimalista tipicamente ozuiano, ha in sé un valore aggiunto, ed è l’elemento autobiografico.
Come Ryhoei, il figlio nel racconto, anche lui fu separato dal padre tra i 10 e i 21 anni per andare a studiare a Kyoto, e quando potè riunirsi alla famiglia il padre fu stroncato da un colpo apoplettico.
Impossibile non pensare, allora, che Citizen Kane, il suo film preferito, scoperto a Singapore negli anni passati lì a fare incetta di nuovi film americani proibiti in patria, oltre che in prigionia, non l’abbia messo K.O. innanzitutto per il riflesso personale dell’indimenticabile Rosebud.
C’è dunque in C’era un padre il commosso ricordo di un’infanzia solitaria, trascorsa tra convitti e pensionati universitari, con compagni anch’essi lontani da casa.
Un treno passa sbuffando in una scena, sono in tre seduti con i libri sulla spalletta di un ponte, ripresi di spalle:
“Se fossi su quel treno potrei tornare a casa” dice uno dei tre.
“Com’è lungo quel treno!” dice un altro.
Piccoli, brevi momenti per dire di un vuoto molto grande che rifugge dalle lacrime, ma non è per questo meno intenso.
Il piccolo Ryhoei si alza e va sulla porta, non vuole che il padre veda le sue lacrime quando gli dice che dovranno separarsi.
C’è la stessa misura fatta di dignità, discrezione, riservatezza nel vivere la gioia e il dolore nel mondo di Ozu, un’accettazione della realtà che fa sentire l’emozione che passa negli sguardi e nei silenzi, senza scoprirsi, ed è tanto più forte.
Il professor Horikawa, vedovo (Ryu Chishu, qui ancora molto giovane, non abbandonerà più Ozu) insegna nella scuola media della città di Kanazawa.
Un terribile incidente avvenuto durante una gita scolastica ( Yushida, un alunno, affoga durante una gita in barca fatta all’insaputa degli insegnanti) lo carica di sensi di colpa al punto da abbandonare l’insegnamento, non se ne sente all’altezza, e a nulla valgono le esortazioni di Hirota, un collega anziano interpretato con rara intensità, pur nella piccola parte, dall’altro attore feticcio di Ozu, Sakamoto Takeshi, capace di medesima bravura in ruoli tanto diversi (in Capriccio passeggero e Storia di erbe fluttuanti dà vita a guitti e sottoproletari con notevoli prove attoriali). ESPANDI +
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28 novembre 2011 Opinione di RINO su "C'era un padre"
Un'opera essenziale, asciutta, che esalta fino all'estremo uno dei valori della cultura giapponese: il senso del dovere. Il peso del disonore per non aver adempiuto fino in fondo al proprio dovere ricade su un padre, vedovo, che sacrifica se stesso e l'Amore per il figlio. Il rapporto padre-figlio è reso molto bene, in modo sensibile e delicato, facendo arrivare allo spettatore da una parte l'affetto che li lega e dall'altra la distanza (generazionale e non solo) che li separa. Il...
voto al film: 
19 luglio 2011 Opinione di yume su "C'era un padre"
Tra il ’42 e il ’44 i cineasti giapponesi ebbero il loro da fare per sfuggire alle maglie della censura che imponeva di girare film edificanti sui valori nazionali. Kurosawa e Kinoshita erano giovanissimi alle prime armi, ma seppero “…additare nuove strade che avrebbero permesso di uscire dal vicolo cieco in cui il cinema nipponico pareva essersi ingolfato” (Anderson-Richie, Il cinema giapponese, 1961, p.138). Nume tutelare fu, all’epoca, il grande...
voto al film: 
4 gennaio 2010 Opinione di luisasalvi su "C'era un padre"
Altro film di difficile comprensione: il padre vedovo, insegnante, rinuncia ad insegnare ma anche a tenere con sé il piccolo amato figlio dopo che un suo alunno in gita muore in mare, perché lui se ne sente colpevole per non essere stato abbastanza rigido: non se la sente più di educare neppure il figlio? Un tale timore non appare evidente nel film, forse perché suona implicito? Per "ellissi"? Altre cose della vicenda mi convincono poco; ci sono pagine molto...
voto al film: 
28 novembre 2004 Opinione di kotrab su "C'era un padre"
Un film dallo stile asciutto ma anche tenero e dolce. 7
voto al film: 
20 aprile 2003 Opinione di boltcrank su "C'era un padre"
E'il dramma della distanza (geografica più che generazionale) tra un padre ed il proprio figlio, destinata a non colmarsi mai completamente; una distanza in parte imposta da esigenze superiori (il lavoro, l'autonomia del figlio, il desiderio del padre di non essergli di peso), ma alla quale, forse, non ci si oppone più di tanto. Ozu riesce sempre a farci riflettere su temi tradizionali (giapponesi ma non solo) ed immortali concernenti la famiglia: l'unità familiare, il rispetto per gli...
voto al film: 
- negative [1]
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