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Opinione di Aquilant su Ilaria Alpi. Il più crudele dei giorni





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12/09/2005 voto al film: voto buono

Sul film

Il dramma (nel dramma) di questo film inchiesta deriva dalla volontà dell’autore di volersi differenziare ad ogni costo da qualsiasi addentellato con volatili prodotti di tipico stile fiction televisivo. Per tale preciso motivo, conscio dell’immane compito che lo attende a causa delle affinità elettive che presumibilmente uniscono l’argomento prescelto con montagne di altri di analogo stile carinamente elargiti da parte di Nostra Signora Televisione sotto forma di soporifere rappresentazioni inframmezzate da montagne di inopportuni comunicati commerciali, il regista comincia a mettere le carte in tavola fin dall’incipit, scegliendo di esibirsi in un lungo piano sequenza in cui la macchina da presa inizia a muoversi verso destra andando poi a stringere a sangue freddo con un movimento in avanti sulla scena dell’attentato. E’ chiara a questo punto la scelta di Ferdinando Vicentini Orgnani in favore di una narrazione circolare che se da un lato s’impossessa momentaneamente della capacità d’attenzione dello spettatore spiazzandolo con un effetto sorpresa peraltro problematico, dall’altra rischia di condurlo a braccetto in un percorso disseminato di ostacoli, inevitabile conseguenza di una scelta creativa tendente a privilegiare un metodo di narrazione dalla successione logico-temporale degli eventi completamente sconvolta. In effetti l’incessante susseguirsi di flashback e flashforward, pur nella loro apparente linearità, se da un lato contribuisce a conferire mordente ad una storia altrimenti adagiata sul versante del monocorde, dall’altro non manca di creare un certo disorientamento ed appare peraltro in parte ingiustificato, dal momento che qui non si sta assistendo ad una sorta di “21 grammi” rivisitato, bensì alla ricostruzione di un tragico evento che ha causato la morte di “una persona con una grande ambizione nell'accezione positiva del termine,” sono parole della stessa bravissima protagonista, “perché andare in guerra in un paese con una persona all'inizio sconosciuta, in più essere una delle prime donne inviate di guerra, richiedeva coraggio e una grandissima determinazione. E lei li aveva, perché amava il suo lavoro, credeva nella suo professione e nella sua utilità. Una persona di grinta e buona fede.” Considerazioni a parte, nonostante le difficoltà della struttura narrativa e la decisa piattezza cronica dell’elaborato, la vicenda è tutta tenuta in piedi con commovente dedizione da Giovanna Mezzogiorno, fresca vincitrice della Coppa Volpi, che cerca in questa sede di assomigliare il più possibile ad Ilaria nel suo modo di essere, nel modo da lei scelto per affrontare la vita. Ma a dispetto della convincente prova della protagonista e dei marchingegni elaborati, compresi sporadici bagliori di bianco e nero improvviso inseriti qua e là per conferire una maggiore connotazione cronachistica all’assieme, la vicenda non sembra incanalarsi completamente nella direzione giusta o, per meglio dire, non riesce a scrollarsi di dosso completamente la tanto temuta “matrice catodica” ovvero lo stile cinematografico ad uso televisivo, esorcizzato a più riprese con ogni mezzo possibile. Ma nonostante tutto, vuoi per la tragicità della materia trattata, vuoi per la buona volontà tutto sommato dimostrata dall’intero cast nel rievocare la memoria di una vera e propria eroina della carta stampata, vuoi per celebrare il trionfo della più BRAVA e DELIZIOSA attrice italiana della nuova generazione, appare del tutto opportuno gratificare di un augurante pollice in alto questa disperata testimonianza della volontà umana messa al servizio dell’umanità anche a costo della vita.


SI

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