Opinione di Jane su Dogville
Con Stellan Skarsgård, Nicole Kidman, Siobhan Fallon, Chloë Sevigny, Patricia Clarkson, Jeremy Davies, Lauren Bacall, Paul Bettany, Harriet Andersson, James Caan
- negative [25]
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Sul film
Dogville, il nome non promette nulla di buono. Una città-cane, una città di cani, e presto ti rendi conto che non ci si riferisce solo alla miseria materiale, ma anche a quella morale e spirituale del luogo e dei suoi abitanti. Nessun “povero buono”, nessun “semplice dal cuore d’oro” e neppure, alla fine di tutto, nessuna vittima della società o della vita. La loro è cattiveria allo stato puro, e davvero il cliché dev’essere forte (Von Trier è bravissimo a smascherarlo pur continuando a tenerlo presente) se durante il film facciamo fatica a credere che si possa arrivare a tanto, che non ci sia un motivo, che non si riesca a trovare un appiglio per non vedere dei mostri e basta. Perfino la quasi fastidiosamente buona Grace, infarcita di teorie buoniste (ma anche snob) sulla natura di queste persone, dovrà ricredersi e restituire tutta la cattiveria ricevuta. Von Trier vede così l’America, solo quell’America di quegli anni, o tutto il mondo? Chi è davvero questa specie di santa che sopporta tutto? La sua reazione finale è l’esito necessario del suo personaggio o significa qualcosa nella visione del regista sul mondo? Una piccola comunità, misera e ignorante che però si pone al centro del (suo) mondo riesce ad accogliere una misteriosa straniera, così diversa e inconoscibile, solo vampirizzandola, sfruttandola al di là di ogni umana possibilità e di ogni remora. Il bisogno e forse anche una sorta di paternalistico senso di superiorità (o di colpa per quello che è davvero?) spinge Grace a sopportare, fino a che arriva la possibilità di scegliere e appare evidente che questo atteggiamento non porterà la “redenzione” a nessuno, paesani, gangster e la stessa Grace. Resta la via della vendetta e della violenza. Può essere forte la tentazione della lettura politica della vicenda, il confronto con l’America di oggi e il suo rapporto con il mondo, con l’altro da sé. Penso anche che il film sia sufficientemente complesso da poter far dire tutto e il contrario di tutto, ma che una sia la cosa certa: una volta di più Von Trier ci restituisce uno sguardo impietoso, lucido fino alla nausea, sicuramente cupo e pessimista sulla natura umana e sul mondo. Posso anche pensare che sia il mondo costruito e governato dall’America, ma ciascuno ha la responsabilità della propria vita e, come si dice, chi è senza peccato…
Sulla regia di Lars von Trier
Non so che cosa ci siamo persi nei 40 minuti che mancano all'edizione italiana - e 40 minuti sono davvero tanti, impossibile pensare che il film che ho visto non sia poi tanto diverso dall'originale - l'unica "consolazione" è che Von Trier stesso ha curato i tagli, anche se i motivi per cui dice di averlo fatto gettano lo sconforto sulla realtà della cultura cinematografica italiana e sulla considerazione che gode all'estero. A questo punto però è anche inutile parlarne, questo passa il convento e questo giudichiamo. Certo non posso perdonare al regista di averci sottratto 40 minuti di Nicole Kidman, la Kidman diafana, sofferta, bella da far male di questo film sorprendente. Spiazza la finzione esasperata della messinscena? Per un regista che aveva fatto della realtà un dogma, può essere un controsenso disegnare un cane su un palcoscenico teatrale e chiederci di credere che abbai nella notte (ma in fondo Von Trier aveva già tradito il suo esigente decalogo con "Dancer in the Dark", perché dunque sorprendersi ancora?); eppure alla realtà si può arrivare in molti modi, e quando si vuole parlare di un mondo che "fisicamente" non si è mai visto (come l'America per il regista), allora forse il reale fatto di case, strade, alberi e animali non è la realtà che preme di più raccontare e indagare. Personalmente sono rimasta affascinata dall'impianto teatrale e volutamente finto dell'ambiente, che aiuta a superare il limite della collocazione geografica della storia e sgombra il campo dal superfluo, per rendere universale la vicenda raccontata e focalizzare l'attenzione sull'animo dei personaggi. A mio parere il Von Trier che teorizzava l'aderenza maniacale alla realtà e il Von Trier che esaspera la finzione fino all'assurdo vogliono sempre e comunque la stessa cosa: ingannare il pubblico, giocare con la sua mente e spesso con il suo stomaco - se l'idea è quella di un regista cialtrone e presuntuoso - arrivare sempre e solo all'osso, all'essenziale, al "vero" delle cose, ora percorrendo fino il fondo il reale, ora eludendolo e superandolo - se l'idea è quella di un artista originale e sincero nelle sue provocazioni. Non sono in grado di schierarmi "tecnicamente" da una parte o dall'altra, solo ammetto di preferire il Von Trier ultima maniera, di trovarlo paradossalmente più sincero o semplicemente meno antipatico di quello di "Le onde del destino". Se presa in giro c'è o c'è stata, io mi sento più ingannata da chi pretende di filmare la realtà con delle regole di "comportamento" piuttosto che da chi ammette che tutto è finzione, soprattutto il mezzo cinema, ne accetta la falsità insita nel dna (è una forma d'arte, non vita tout court) e la usa per cercare di indagare la verità dietro la maschera. Così è o sarebbe fare arte: se il risultato che arriva è questo, il dubbio se Von Trier resti comunque un presuntuoso affabulatore è più un problema suo che nostro. A me è piaciuto farmi ingannare in Dogville, mi è piaciuto giocare con le sue velleità intellettuali ma anche lasciarmi prendere dai volti e dagli animi nerissimi dei suoi personaggi, sprofondare con loro in un'escalation di meschinità e con Grace in un abisso di miseria e poi lucida, agghiacciante vendetta. Dogville è un film di Von Trier, è Von Trier in ogni fotogramma, ma questa volta, grazie anche alla performance degli attori, Von Trier quasi te lo dimentichi quando rimani ipnotizzato dai volti dei personaggi: è lui che li pedina, li stana e gli sta addosso, ma il cuore e la vita di questi personaggi non sono al servizio del virtuosismo del regista, semmai avviene il contrario. Forse Von Trier è davvero riuscito ad ingannarmi, ma è dolce e terribile ad un tempo naufragare in questo inganno.
Sull'interpretazione di Nicole Kidman
Va bene lo ammetto, adoro la Kidman a prescindere, e subisco il suo fascino a 35 mm. Se aggiungiamo che non sono un’esperta di cinema ma semplicemente un’appassionata, davvero non so dire quanto il mio giudizio sulla sua interpretazione in Dogville sia semplicemente il frutto di un abbaglio che ancora mi impedisce di distinguere bene le cose. Qualunque sia l’origine del mio giudizio, Nicole mi ha stregato una volta di più. Basterebbe dire che Dogville è diventato il suo film per capire le dimensioni del suo sforzo e della sua bravura, perché da che mondo è mondo un film di Von Trier è e rimane esclusivamente un film di Von Trier. Bella quanto non ti aspetti che riesca ad essere una volta di più chi bella lo è per acclamazione planetaria, oggetto mite e paziente dello sguardo di Von Trier ma al tempo stesso capace di calamitarlo e guidarlo dentro e dietro il suo volto e il suo corpo. Immersa totalmente nel ruolo di una dimessa, ingenua martire dell’abnegazione, riusciamo a credere che una donna come lei possa arrivare ad una tale umiliazione e la seguiamo in questo abisso fino alla catarsi finale, quando ancora è sorprendente la sua trasformazione in demone vendicatore. Prima umile e dimessa, quindi potente e crudele nella sua vendetta, sempre con un che di morboso e inquietante nei due atteggiamenti opposti. Una parte complessa e ambigua per una performance eccezionale.
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