Opinione di ga.s su Elephant
Con Alex Frost, Eric Deulen, John Robinson, Elias McConnell, Jordan Taylor
- negative [31]
- sufficienti [18]
- positive [103]
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Una giornata qualunque in una high school di Portland, una delle tante tranquille e monotone cittadine americane. Il film segue le azioni quotidiane di un gruppo di studenti, fuori ma soprattutto dentro la scuola, mostrando più volte e da diversi punti di vista, i vari microavvenimenti. Lentamente nella routine emerge un sinistro malessere e l’esplosione finale della violenza, anch’essa quasi subito evocata all’inizio del film, è l’agghiacciante suggello di ciò che non può rimanere celato a lungo. Gus van Sant, con questo film recitato da veri studenti, richiama la strage studentesca accaduta a Colombine (e già al centro dell’ottimo documentario di Michael Moore, Bowling a Colombine), ma non evoca la cronaca di quei fatti. Scegliendo un altro luogo, segue molti studenti, e non solo quelli che apriranno il fuoco, mostrando chiaramente il malessere e l’angoscia che arde sotto la calma. Nessuno è risparmiato: c’è la ragazza bruttina e complessata, derisa dalle altre più belle; c’è un ragazzo normale e anche responsabile che però ha un padre alcolista; ci sono due giovani che svelano una omossessualità latente che possono solo nascondere; c’è un interesse banale e qualunquista verso il nazismo; ci sono tre belle ragazze, sciocchine e forse popolari, che vomitano sistematicamente e volontariamente tutto ciò che mangiano per non "intaccarsi". Nessuno di questi ritratti è mai uno stereotipo, nulla è mai banale anche se appena accennato. Tutto è di una gelida intensità che diventa quasi insostenibile, perché segno evidente della profondità con cui Gus Van Sant, anche autore dello script, con pochi tratti ha disegnato un mondo che esiste. Naturalmente non è tutto virato in negativo: c’è anche una coppia felice, lo stesso ragazzo col padre alcolizzato è un giovane abbastanza tranquillo, così come lo è l’amico con l’interesse per la fotografia. Eppure non si può fare a meno di sentirsi addosso un senso di profonda angoscia, tant’è che si desidera, in qualche modo, che arrivi presto lo sfogo di violenza. La violenza, virtualmente presente nella prima parte del film, quando vediamo arrivare due ragazzi in abiti militareschi e con borsoni che nascondo un arsenale, è, come dicevo, annunciata. La sua esplosione finale diviene lo sfogo del male represso, pur non venendo per questo mai giustificata. Gus Van Sant vuole dire che ciò che accade non è casuale, ma ha forti radici ben piantate nell’angoscia profonda che pesa dentro a certi ragazzi, un’inquietudine che in molti casi rimane repressa, ma che a volte può tragicamente deflagrare investendo tutti: sia i responsabili di questa angoscia, sia le vittime, sia chi non è in grado di ascoltare, sia chi decide di farsi violentemente sentire. Gus van Sant non commenta e non spiega, ma le sue immagine valgono più di ogni commento, poiché ci rendendo consapevoli che l’orrore non ha un solo volto, non è una colpevole cattiveria che investe l’innocente normalità, ma un insieme delle due cose, in cui la normalità non è sempre innocente e la cattiveria non è sempre e solo colpevole. Uno spettatore sensibile non esce dal cinema odiando i carnefici, ma soffrendo per tutti quanti. Gus Van Sant (premiato Cannes sia con la Palma d’Oro che col premio per la regia) sceglie uno stile di regia a suo modo estremo, per quant’è estrema la storia. Servendosi di moltissimi lunghi e a volte non semplicissimi piani sequenza, segue e registra fatti e personaggi. Si concentra sui singoli individui, cancellando la profondità di campo, ma restituendola ogni volta che ri-mostra certe scene da altri punti di vista, come per dirci che tutto è legato, che niente è staccato dal resto. Molto bello anche l’uso del suono in cui certe voci si perdono, si ritrovano e si confondono, sempre all’insegna del fatto che tutto è azione e conseguenza di qualcosa. Perfetti tutti i giovani interpreti non professionisti che tratteggiano bene i loro personaggi e contribuiscono non poco a dare sostanza all’atmosfera dolorosa che alberga all’interno della scuola e nelle menti dei ragazzi. Elephant è un capolavoro da non perdere, il grande ritorno di un autore a quel cinema indipendente che gli è più congeniale.
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