Mystic River - La recensione di FilmTv
Con Sean Penn, Tim Robbins, Kevin Bacon, Laurence Fishburne, Marcia Gay Harden, Laura Linney, Kevin Chapman, Tom Guiry, Emmy Rossum, Spencer Treat Clark, Andrew Mackin, Adam Nelson, Robert Wahlberg
La recensione di FilmTv
Un rapimento e un delitto a 25 anni di distanza. Inseguendo il dramma fatale di Sean, Jimmy e Dave, Clint Eastwood, con uno stile caparbiamente classico, firma uno dei suoi film più implacabili e belli
Il Mystic River taglia Boston; oltre il fiume, un quartiere popolare. Su una strada, tre ragazzini giocano a hockey e a incidere il loro nome sul cemento fresco del marciapiede: Jimmy, Sean, Da… L’ultimo nome, Dave, è interrotto da un rapimento mascherato da intervento della polizia. Due uomini, all’apparenza un poliziotto e un prete, caricano Dave su un’auto e con lui scompaiono per giorni, finché Dave, sconvolto, violentato, marchiato nell’anima, non riesce a fuggire e, attraverso il bosco, ritorna a casa. Venticinque anni dopo, sulla stessa strada, Dave gioca a baseball con il suo bambino, mentre Jimmy ha aperto un drugstore poco più in là e Sean, invece, ha attraversato il fiume ed è diventato un pezzo grosso della polizia cittadina. Non torna volentieri in quel quartiere, Sean (anche se la sua vita di qua non è un granché); non guarda neppure volentieri oltre il fiume, finché un nuovo omicidio non lo costringe a immergersi nel suo buco nero. Mystic River non è un film sui pedofili, anche se si apre con un atto di premeditata pedofilia. Non è neppure un thriller, anche se per un’ora buona, quella centrale, si sviluppa apparentemente secondo i canoni dell’indagine: omicidio-ricerca del colpevole-false tracce-identificazione del colpevole. Mystic River, che Clint Eatswood, sulla sceneggiatura di Brian Helgeland, ha tratto da La morte non dimentica di Dennis Lehane, è (per parafrasare la cupa fiaba che Tim Robbins-Dave racconta a suo figlio prima del sonno) la storia di tre bambini che non sono sfuggiti ai lupi, che talvolta si sono trasformati essi stessi in lupi. Diretto con una pacatezza classica che ha ormai pochi eguali (campi, controcampi, piccoli zoom sui primi piani, e montaggio alternato nelle sequenze più tese, in particolare quella lunga, notturna del prefinale, che segue Jimmy e Dave da una parte e, dall’altra, l’indagine di Sean), parco nelle parole e quasi ostile ai possibili virtuosismi, guida il nostro istinto con le scelte impercettibili della macchina da presa: minacciosamente bassa, infida, nella sequenza iniziale, e poi ancora quando ci avviciniamo ai successivi svelamenti; e a tratti alta e implacabile, che piomba giù verso il quartiere, attraverso il fiume, a rivelarne le terribili verità. Un cadavere straziato in un parco e un fiume che accoglie compiacente cadaveri, padri violenti svaniti nel nulla e pistole abbandonate in casa, mogli che macerano nella loro debolezza e altre che si ergono come Lady Macbeth a cancellare il sangue e a perpetuarlo. Su tutti, i tre ragazzi perduti, che quasi non si parlano più: «Hai visto Dave?» «L’ultima volta che ho visto Dave è stato venticinque anni fa, lungo questa strada, nel retro di quell’auto» «Ci siamo saliti tutti e tre su quell’auto». L’infanzia finiva con una pallina da hockey affondata in un tombino; finiva bruscamente e prima del tempo, e oggi l’innocenza perduta torna a oscurare i sogni e la vita, e si allarga come una cappa, come il respiro di un dio vendicatore, su una strada, una città, un paese, sui nostri figli. «Cosa vado a dirgli?», sbraita Sean davanti al corpo di Katie. «Ehi Jimmy, Dio ha detto che avevi un debito con lui. È venuto a riscuoterlo!». Chiuso da una parata del 4 luglio ancora più spettrale di quella di Cape Fear di Scorsese, Mystic River è un grande film sull’America, sui suoi dubbi, sulla notte che l’avvinghia, sulla violenza che l’intesse impercettibilmente, sui debiti non pagati e sui crediti che non valgono nulla. Un film che si rispecchia nel fosco crepuscolo degli Spietati e che si origina in quel padre assente di Un mondo perfetto: dosando una luce livida e una notte cattiva e insonne, tra fragili re e regine sanguinarie, Eastwood ci racconta come abbiamo ucciso l’innocenza e il sonno e siamo precipitati nell’incubo.
Commenti
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11 novembre 2009, 19:28 di kubritch
L’ho rivisto ancora una volta cercando di mettere a fuoco cosa ci sia di tanto esaltante in questo ennesimo celebrato lavoro di Eastwood da parte dei critici italiani. Io non riesco a farmene una ragione per quanto m’impegni, dunque se qualcuno può aprirmi la mente gliene sarei riconoscente. Non riesco a togliermi dalla testa che sia esattamente ciò che la gente vuole sentirsi dire e vedersi mostrare. Ha un andamento che fa leva spesso sul dettaglio sentimentalistico, l’effetto plateale e su figure ed atteggiamenti convenzionali, inseriti in un plot del genere “detective story” ormai irrinunciabile in termini commerciali, al servizio di una visione elementare e moralistica del mondo. Mi si obietterà che l’idea di sovrapporre la figura della vittima con quella del carnefice, è funzionale al messaggio (che strazio) che si intende dare: la morale del capro espiatorio o l’agnello sacrificale in un mondo dominato dal caos. Entrambi le vittime rappresentano questo. Ciò non toglie che la narrazione sia artificiosa, troppo calcolata – e la vita, come si sa, sfugge sempre ai calcoli razionali -, per pretendere di essere verosimile. C’èra una volta un pedofilo – il lupo della favola - che si aggirava in pieno giorno e spavaldo, come un cattivaccio da far west, per le vie del quartiere in cerca della sua piccola preda, assistito da un altro losco figuro con occhi assatanati e una patacca con croce sul dito in bella mostra… non volesse il cielo non si notasse. Due mostri is melius che uan. Forse l’identikit del pederasta reale è un po’ diverso, più ordinario, spesso e volentieri casalingo, ma pazienza that’s entertainment! “M il mostro di Dusseldorf” del maestro del noir Friz Lang, resta più attendibile, più asciutto e meno melodrammatico. Dall’altra parte ci sono l’ex scagnozzo con tanto di croci tatuate e il fare tipicamente nevrotico del mafioso, come ormai ci ha abituati il cinema, che si accompagna ad una coppia di picchiatori estorsori del quartierino – modello Joe Pesci - tanto macchiettistici da sembrare pupazzi del muppets show. Lei: la mogliettina dalla emotività labile, giustamente, per la regola della compensazione, sposata al personaggio psicologicamente disturbato del cui male palesemente invalidante è, però, all’oscuro. Non si è posta nemmeno il problema di chiedere spiegazione al diretto interessato delle sue stranezze comportamentali, né alcuno gliene ha parlato nella cerchia di parenti ed amici nonostante la prossimità residenziale. Ma veniamo a lui: il gigante buono o candido, costantemente ciondolante e sfaccendato con l’aria da cane bastonato, bloccato all’epoca di un trauma mai risolto - come se il tempo dopo una trentina d’anni non fosse mai passato - e nonostante sia riuscito a farsi una bella famiglia; che dovrebbe significare un bel progresso psicologico. Ovviamente, non fa nulla per non sembrare il possibile folle omicida sempre per le suddette ragioni di intrattenimento. Vede un film di vampiri e se ne dichiara posseduto (licantropi e vampiri servono per dare un’aria più marcatamente dark. Funziona!) davanti alla moglie sempre più emotivamente provata. “Io non mi fido della mia mente. Ho bisogno di uscire”. E così oscilla vistosamente dalla cretineria al lampo di genio diabolico. Non manca la vecchia testimone, come da copione, rimbambita. A completare il quadretto ci sono la coppia di investigatori da cliché televisivo, di cui uno alle prese con una straziante separazione. (Di lei si scorgono solo le labbra frementi per ragioni produttive. Era così indispensabile quest’idillio? Anche loro sono uomini, tutti d’un pezzo ma uomini. Incredibile ‘sti poliziotti in America so’ tutti sull’orlo del divorzio…ce ne fosse uno.). La narrazione è piena di incongruenze e coincidenze intrecciate ad hoc. A parte la combinazione su cui fa perno l’intera vicenda: il pestaggio commesso da Dave e l’omicidio (Non voglio svelare gli altarini ma è al quanto singolare che tutto accada proprio nella stessa notte; una notte che ad Halloween fa il baffo). Mettici anche la provvidenziale reunion dei tre amici d’infanzia. Sul finale, senza sciupare il piacere della sorpresa, c’è anche l’irruzione degli agenti in casa dell’assassino giusto in tempo per prenderlo con le dita nella marmellata e in concomitanza con un’altra scena risolutiva. Volendo spulciare nella trama, non si capisce come mai se l’arma del delitto appartiene al padre del sospettato principale, non si insiste su questa pista giudiziaria e la si lascia cadere del tutto dopo l’esame scagionante della macchina della verità – non sapevo che fosse una prova così attendibile. “The show must go on” è l’unica spiegazione. A sciogliere ogni dilemma arriva il coup de theatre della registrazione al pronto intervento montata ad arte. La ciliegina sulla torta è, però, la scena madre di Lady Macbeth tanto per nobilitare la vicenda dandole una veste da tragedia classica. Qui però manca la redenzione finale con funzione catartica. La legge del contrappasso, messa in essere dal (dio) narratore tramite l’arma del delitto, rappresenta l’intervento del destino che sigilla il circolo delle violenze. Ma cos’è che impedisce all’autore di rivelare il suo marco di fabbrica anziché illudere lo spettatore sulla veridicità della sua soggettiva visione del mondo? Nella realtà le cose sono molto più sfumate e meno evidenti. Cosa dire, poi, della scena in cui la guardia mima con la mano una pistola puntata verso l’ex ladro, amico d’infanzia, durante la parata istituzionale e in presenza delle rispettive famiglie riunitesi, se non che è una smargiassata americana? L’ostentazione dei riferimenti culturali è un altro elemento volgare. Per lo spettatore poco smaliziato possono abbagliare come grandi perle di cultura ma per uno un po’ più svezzato risultano poco più che conoscenze elementari. L’unica cosa che esce pulita in tutto questo mondo da fogna (il che è anche vero) è la giustizia pubblica che anche se deplorata, alla fine ha successo. Forse è questo il messaggio: meglio fidarsi delle forze dell’ordine. Non mi sembra un tema così al di sopra degli schemi del “politically correct”. Da un punto di vista prettamente estetico vorrebbe essere un ritratto verosimile di un ambiente suburbano degradato e abbandonato a sé stesso, ma, a ben guardare, risulta troppo intellettualmente costruito per esserlo davvero. Inoltre, non ho trovato un uso così speciale della m.d.p.; ridondante, spesso plateale come la trovata di contorcere il cadavere della bella (per esigenze di spettacolo ) tra le sterpaglie in fondo ad un fossato per accentuare l’effetto di tragicità. Davvero ce n’è bisogno? Anche la reazione del genitore trattenuto a stento da una pletora di poliziotti è programmaticamente teatrale (per carità, Sean è bravo). E così tante altre scene, piccole e grandi. Nella vita vera è tutto più banalmente ordinario e sospeso. La trama complicata quanto quella di film tipo “Il grande sonno” fa pensare che il noir sia la sua vocazione di base (forse è lo stile del romanzo originario) e invece Eastwood tinge il tutto di realismo con un occhio strizzato all’immancabile Shakespeare che realista non è. Dunque non è né neorealismo, né noir. E’ semplicemente Eastwood che ci vuole ammannire le sue idee sul mondo dall’alto della sua maschera di vecchio saggio. Panta rei. Vabbé, è un mondo assurdo, di merda e la fogna scorre. E abbeverarsi a questo fiume pensando che sia benedetta cos’è? A volte esageriamo proprio con l’ossequiosità verso gli americani, diciamoci la verità. Tirando le somme al fondo abbiamo una morale familista: il patriarca che difende la discendenza e si fa giustizia da sé preservando la rispettabilità dell’uomo di legge. Una regressione rispetto a Friedkin. Far west applicato all’attualità; la sua specialità, per ribadire l’adesione ad un concetto di volontà al di sopra del resto.
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13 novembre 2009, 18:54 di kubritch
NEW YORK (USA) - Orrore negl Stati Uniti. Un padre e i suoi quattro figli sono stati accusati nel Missouri per i ripetuti stupri sui loro sei nipoti e figli. Gli accusati sono Burrell Edward Mohler sr di 77 anni e i suoi figli David A. Mohler, 52 anni, Burrell Edward Mohler jr, 51 anni, padre di sei bambini, Jared Leroy Mohler, 48 anni, e Roland Neil Mohler, 47 anni. La polizia sta setacciando il terreno della loro fattoria alla ricerca di corpi che potrebbero esservi sepolti. Le autorità però non hanno voluto dire se i corpi che cercano sono di adulti o di bambini. 13/11/2009
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