La trama
Un legale tenta di risolvere un mistero.
Aaron Silbermann, famoso collezionista d'arte di nazionalità americana, muore improvvisamente a Firenze in circostanze misteriose. Erede universale dell'immensa fortuna è la vedova Esther Ann che con sua grande sorpresa scopre che il marito, alcuni giorni prima di morire, aveva fatto un bonifico plurimiliardario in quella città. Per scoprire cosa si nasconde dietro questa operazione, l'avvocato David Bailey, parte alla volta di Firenze.
La recensione di FilmTv
Di Aldo Fittante - FilmTV n. 17/2003
Un thriller opaco tra l’America e Firenze, un Botticelli e nobili decaduti. Già pronto per la Tv
Da un romanzo di Cristina Acidini (sponsorizzata da Sgarbi), che si intitola La scritta sul vetro (Alberto Bruschi Editore), pubblicato nel 1992 e ristampato per l’occasione, Vanna Paoli ha scritto e diretto questo giallo senza molte tinte. Un riccone americano muore misteriosamente e, nell’ufficio del notaio, la vedova apprende che il marito poco prima di andarsene aveva speso, a Firenze, la simpatica somma di venti milioni di dollari.
ESPANDI +
I legali di famiglia spediscono così sull’Arno un giovane avvocato, con l’intento di vederci chiaro. Tra affreschi e stanze nobiliari, capolavori pittorici e falsari, collezionisti ossessivi e critici d’arte il bellimbusto – che nel frattempo si innamora di una fanciulla (la bella Cristina Moglia) erede di una casata economicamente disastrata – scopre che dietro all’affare c’è addirittura un Botticelli scomparso secoli prima e rintanato nell’intercapedine di due muri. Turistico, evanescente, affollato di camei altisonanti (da Sarah Miles a Sergio Fantoni, da Philippe Leroy a Paolo Bonacelli), un filmettino docile docile, già pronto per una collocazione televisiva in prime time estivo, da guardare di sguincio tra un’insalata e un bicchiere di bianco.
L'opinione più recente
Di speedy34 scritta il 15/05/2003
Voto al film: 
ECCO UNO DI QUEI FILM DOVE IL DOPPIAGGIO CREA DANNI IRREPARABILI: “The Accidental Detective” della regista Vanna Paoli, girato in presa diretta in inglese, nella traduzione italiana mostra tutti i limiti e la difficoltà di una resa realistica e plausibile di una storia che, ambientata tra l’America e l’Italia, avrebbe necessitato di una coerenza linguistica meno approssimativa e superficiale.
Superato questo periglioso scoglio, non che poi il sentiero sia in discesa: il cast internazionale male assortito, una storia didascalica ed esageratamente scritta e spiegata ed una regia televisiva e monotona non aiutano “The Accidental Detective”, curioso progetto produttivo, a trovare un pubblico adatto al quale rivolgersi. La storia del giovane avvocato americano David Bailey (David Kriegel) (in “missione” a Firenze per scoprire le ragioni che avevano spinto il ricchissimo collezionista d’arte, oramai deceduto, Aaron Silbermann a spendere una fortuna per l’acquisto di un antico e fatiscente palazzo nel centro storico della città) non coinvolge e mai appassiona nei suoi 103 minuti di sviluppi narrativi prevedibili, con personaggi appena abbozzati e cartoline della capitale dell’arte “fotografata” come solo ancora qualche turista cinese ama fare!
Inspiegabile risulta allora il coinvolgimento in questo irrisolto “pastiche” di tecnici come i direttori della fotografia Franco Di Giacomo (“Concorrenza sleale”) e Blasco Giurato (“Del Perduto amore”), di uno scenografo come Andrea Crisanti (“Una pura formalità”), di una costumista come Lina Nerli Taviani (“A cavallo della tigre”) e di interpreti indimenticabili come Sarah Miles (la Vera del “Servo di scena” di Joseph Losey qui invece nel ruolo “macchietta” della Contessa Mazzi Tinghi) e di altri grandi attori come Paolo Bonacelli, Tomas Arana, Paolo Bonacelli, Sergio Fantoni, Sergio Bini/Bustric ridotti a semplici comparse.
E se la regia si limita a ripetuti e monotoni movimenti della macchina da presa dal basso verso l’alto e viceversa, la delusione maggiore però crediamo che sia l’aver smarrito i tempi ed i toni del film che, se nelle intenzioni della regista (come apprendiamo dal pressbook) doveva essere “una commedia brillante, un film classico anche leggero ed elegante”, si risolve invece nell’infelice esempio di un cinema italiano amorfo ed incolore.