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Opinione di speedy34 su Antwone Fisher





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15/05/2003 voto al film: voto buono

Sul film

NELLA STAGIONE DEI DEBUTTI DIETRO LA MACCHINA DA PRESA DI NUMEROSI ATTORI AMERICANI (George O’Clooney, Nicolas Cage, Matt Dillon) è il turno anche del due volte Premio Oscar Denzel Washington, che fa subito centro con la vera storia di “Antwone Fisher”: La “parabola” di un uomo che guarda dentro se stesso per scoprire che là in fondo c’è un re. Giovane marinaio dal temperamento esplosivo, Fisher (Derek Luke: un grande futuro nella sua carriera!) è “costretto” ad incontrare uno psichiatra della Marina (Denzel Washington, attore sempre misurato ed intenso) perché lo aiuti a capire le ragioni del suo carattere così irascibile. L’incontro sarà la prima tappa di un viaggio alla scoperta di sé: con il sostegno del dottore, che diventa per Fisher quel padre che non ha mai conosciuto, e con Jerome (Joy Brian), la donna da cui impara ad mare, il giovane trova il coraggio di smettere di combattere cominciando così a volersi bene. Percorso di crescita e di formazione durissimo per chi da bambino sentiva continuamente ripetere frasi del tipo: “Non sei nulla e non sarai mai nulla perché vieni dal nulla”, ma la storia di vita vissuta ed il film a cui è fedelmente ispirato (la sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Fisher) stanno a testimoniare la speranza e possibilità di poter rinascere a vita nuova. In un film classico e sincero, Denzel Washington, regista lineare, elegante ed appassionato, ricostruisce (seguendo le più rodate regole delle cinebiografie hollywoodiane) la vita di Fisher conquistandoci con questa “patinata” cronaca di vita vera che senza remore o pudori arriva a toccare le nostre corde più sensibili. Così gli ultimi venti minuti del film (Fisher che finalmente può farsi vivo con la famiglia che non ha mai conosciuto, affrontare coraggiosamente i fantasmi del passato e guardare negli occhi la madre silenziosa che l’ha abbandonato dopo due mesi di vita e non l’ha mai cercato) ci riconciliano con il benefico piacere di abbandonarsi alle lacrime nel buio di un sala, spettatori indiscreti e “feriti” da esperienze di vita che (anche “americanamente” confezionate!) in questo caso ci colpiscono con la forza di immagini, eloquenza di gesti e potenza di silenzi mai falsi o ricattatori.


SI

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