La meglio gioventù - La recensione di FilmTv
Con Luigi Lo Cascio, Fabrizio Gifuni, Maya Sansa, Sonia Bergamasco, Jasmine Trinca, Alessio Boni, Adriana Asti, Fabrizio Gifuni
La recensione di FilmTv
Un affresco storico che abbraccia quarant’anni, da Capo Nord a Palermo. Da uno straordinario copione di Rulli & Petraglia, Marco Tullio Giordana disegna il suo capolavoro
Due densissimi atti per un lungo e a tratti straziante affresco che parte nel 1966 e arriva ai giorni nostri: il precedente del capolavoro di Marco Tullio Giordana è un’altra pellicola italiana dalle identiche coordinate e ambizioni storiche - Novecento di Bernardo Bertolucci - anch’esso distribuito nei cinema in due parti. Li accomuna, altresì, la sottotraccia melodrammatica (Giordana confessa di avere pensato a Fassbinder), il respiro grande dell’opera lirica, l’assoluta mancanza di vergogna nel bagnarsi con le lacrime della vita, con l’assoluto e la purezza (il tormentato personaggio di Matteo, per il quale si tifa: e grazie ad Alessio Boni), con la coerenza e l’etica (Nicola: un’altra straordinaria testimonianza di Lo Cascio), con il ripudio e le scorciatoie (l’intensa, ispida brigatista di Sonia Bergamasco), con il feroce pragmatismo istituzionale (il pacato, sottile Carlo di Gifuni, qui alla sua prova cinematografica più matura). Il meglio e il peggio di una generazione, pasolinianamente contrastata, coinvolta e distaccata, calda e distratta, come un’opera al nero di Rainer Werner Fassbinder appunto. Da uno dei migliori copioni scritti in Italia negli ultimi vent’anni (di Sandro Petraglia e Stefano Rulli), Giordana - già cantore dell’ossimoro, a cominciare dal suo felicissimo esordio del 1980, Maledetti vi amerò, del che facciamo noi dopo la Rivoluzione? - dipinge, colora, mostra, guarda, osserva, scava, divelle i suoi personaggi predatori di un futuro migliore con l’affetto del fratello maggiore che ci è già passato e che ha voglia, innanzi tutto, di sottolineare quanto molto di buono c’era anche se si scivola sempre e ancora. In questo, un autentico film sessantottino, libero e svincolato da dogmi cinematografici e ideologici e perfettamente in linea col percorso artistico del regista. Così come segue le passioni del cuore lanciate verso antiche e mai sopite scandalose tenerezze (Truffaut, Visconti, il più volte citato RWF e a noi piace ritornare a/su Bernardo Bertolucci), avvolte in echi musicali (House of the Rising Sun, certo, ma è Oblivion di Astor Piazzolla il sotterraneo motore di ricerca interiore) che paiono (ma probabilmente è proprio così) sopraggiungere da lontano, da un mondo trasformato in fotografia di un tempo, irrimediabilmente passato. Ci innamoriamo, allora, di Matteo e di Mirella, di Giulia e di Nicola,
di Carlo e di Francesca, di Giorgia e di Adriana, perché già amati da
Giordana e dalla sua fluttuante macchina da presa, davvero - una volta di più - nel senso del prendere, del rubare emozioni, dell’imparare a stare
e a starci - e quindi anche davanti
e dietro a un obiettivo. Scene madri con una vera madre (quei libri sotto la pioggia, Adriana Asti, Nicola
e la dolce, sorprendente Valentina Carnelutti...) che sfida a pugni la tragedia, con un poliziotto che si toglie le scarpe e di mezzo e si getta via perché se non si può avere il meglio dalla gioventù è bene andarsene da un’altra parte, per tornare più tardi, pacificati e consapevoli di poter finalmente essere ciò che si pretendeva. L’esperienza del dolore, la sofferenza delle perdite, l’incomprensione degli sguardi, l’impossibilità che - chissà perché - spesso (ci) si regala a proposito di quella cosa chiamata amore. Ma, e Giordana coglie in pieno il senso della scrittura di Rulli & Petraglia, ognuno è ciascuno e tutti sono liberi e arbitri del proprio destino. È vero, c’è (anche) la Storia: un’alluvione a Firenze e un attentato a Capaci, uno psichiatra che libera i “matti da legare” e qualche milione di giovani sparsi negli angoli più suggestivi di un pianeta che vorrebbe cambiare, (s)travolgere, ribaltare. Ma è il primo prato, la crosta sul quale muoversi e viaggiare, da Capo Nord a Palermo, per capire magari perché si può morire per scelta o per sventura, onore o tumore, perché si è la meglio gioventù o il peggio possa capitarci. Un fiume, questo capolavoro che si presenta in punta di piedi, con pudore e compassione, con (s)balzi di piena che tracimano ostacoli e innocenti. Un romanzo di ottocento pagine e una volta scorte impossibili da riporre sul comodino. Un contenitore, e non nell’accezione mediatica moderna: piuttosto, una realtà “virtuosa”. O come vorremmo (dovremmo) vivere nel mondo.
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