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Opinione di Snaporaz68 su L'eclisse





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15/12/2010 voto al film: voto buono

Sul film

L’ estinzione del genere umano per autoanalisi
 
Dopo i successi de L’Avventura (1960) e La Notte (1961), Antonioni realizza questa estrema parabola di decadenza umana che culmina in sette minuti finali veramente leggendari.
Anche se certe situazioni alla luce del tempo possono oggi apparire datate e farci sorridere, L’Eclisse mantiene una forte carica da espressionismo astratto che ne eternizza il valore.
Il motore immobile del film è il senso di estranietà dell’essere umano (lucido e autocritico) di fronte alla propria vita. Monica Vitti- Vittoria (in una delle sue migliori interpretazioni) incarna in maniere fedele e artisticamente inappuntabile la lucida consapevolezza della inadeguatezza dei propri sentimenti e del vuoto di senso che riempe le sua (e la nostra) vita. “Non lo so” è una frase ripetuta all’ infinito da Vittoria ed è manifesto dell’impossibilità a spiegare e a spiegarsi, dell’incapacità a comunicare al prossimo la distanza tra la propria realtà interiore e la realtà esteriore terribile e in alcuni tratti apocalittica (il fungo atomico minaccioso prende varie forme durante il film, nella cornice astratta creata da Vittoria all’inizio, nell’orribile costruzione (futurista?) dell’acquedotto dell’Eur che si innalza minacciosa, nel titolo del giornale del finale).
E anche il richiamo a una natura selvaggia (il Kenia dell’amichetta borghese) è contaminato dalla natura umana colonialista che estremizza la differenza tra bianco-acculturato e nero-ignorante.
Quello che si può veramente apprezzare in questo film di Antonioni è la capacità di narrare per sottrazione, fermandosi un millimetro prima di una possibile banalità. I dialoghi (scritti con Tonino Guerra, ma come si fa a non essere pessimisti…) sono pochi ma essenziali, lo scambio di battute viene incorniciato dal silenzio, silenzio che evita possibili frasi fatte e luoghi comuni. Un esempio del cinema di sottrazione è la rappresentazione della morte: l’ubriaco annegato nel laghetto dell’EUR ci viene solo parcellarizzato in una mano contratta e gocciolante d’acqua. I due amanti a letto sono parzialmente coperti dalla spalliera del letto e mostrati solo a metà, cosi come la colonna massiccia nella Borsa di Roma separa esattamente a metà l’immagine dei due quasi a volere suggerire una cronica incompletezza (notate come Vittoria, per tutto il film, cerchi di appoggiarsi a qualcosa). La morte (spirituale) dei due personaggi principali, ci viene proposta in sette minuti finali che indirettamente ci elencano i luoghi dove i personaggi avevano intrecciato sogni e sensazioni, adesso privati della loro presenza. Qui Antonioni in un montaggio alla ejzenstein stimola lo spettatore a fare un bel salto nel vuoto e cerca di fare ricostruire nella sua mente le associazioni e le somme per difetto, in un equivalente pittorico di un bel monocromo nero (arte astratta) in cui il bianco del contrasto è solo cornice, in cui il contenente privato del contenuto assume una valenza di malinconica assenza.
La privazione dell’entità spirituale dei personaggi porterà addirittura alla totale inconoscibilità della realtà nel capolavoro di Antonioni, ossia Blow Up. La realtà sembra davvero in conoscibile e indecifrabile come la luce artificiale di un lampione. Da sottolineare il contrasto tra il lungo silenzio del dialogo iniziale tra Francisco Rabal e Monica Vitti e il chiasso caotico e primordiale della Borsa di Roma, luogo dove il vuoto interiore dei personaggi diventa nevrosi e alienazione. Alain Delon –Piero incarna (quasi profeticamente) il moderno manager della società capitalistica che quantifica in milioni perduti anche il minuto di silenzio per la morte di un collaboratore. Lo squillo del telefono sembra essere più un palliativo per il solipsismo del nostro eroe. Ma quando i telefoni smetteranno di squillare, il rumore assordante della Borsa (“ufficio?mercato?ring?”) si placherà per lasciare il posto al senso di dispersione e sradicamento della nostra anima, allora ci accorgeremo della nostra condanna a tempo, realizzeremo di preferire egoisticamente il silenzio dei sentimenti a un amore a metà (“Vorrei non amarti, o amarti molto meglio”).Baciarsi attraverso una grata sembra un ultimo saluto dei condannati a morte.
E non sarà certo L’Eclipse Swing di Mina a salvarci.
 


SI

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