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Opinione di yume su Zatoichi





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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08/08/2011 voto al film: voto buono

Sul film

Zatoichi è uno jidaigeki, film storico in costume ma, in questo caso, ambientato in un medioevo leggendario e in un villaggio di contadini infestato da bande rivali della yakuza.
C’è un eroe che ricorda Sanjuro di Kurosawa, ma non si direbbe un ronin, non va in cerca di ingaggi.  Personaggio molto noto in Giappone per la serie andata in onda dal ‘62 all’‘89 interpretata da Shintaro Katsu, Zatoichi (interprete lo stesso regista che, a differenza dell’originale, ne fa “un tipo piuttosto eccentrico, i suoi capelli sono infatti biondi e il colore del suo bastone è rosso sangue”) è un massaggiatore cieco esperto di arti marziali che farà il finimondo nel paese eliminando tutto il marcio.
Alla fine si scoprirà che non è affatto cieco (Ho diretto Zatoichi a occhi chiusi, il problema è che non ricordo mai le mie battute!), ma “ad esser ciechi si sentono meglio le cose”, dirà al capo mafia prima di accecarlo, la morte sarebbe stata troppo poco (Kitano dichiara di non conoscere la tragedia greca, possiamo credergli?)
Il regista marca la differenza del suo eroe rispetto all’originale quando dice “Nella mia idea il personaggio avrebbe dovuto essere una sorta di specchio dei nostri tempi. Poi, mentre lo Zatoichi originale era una persona aperta, il mio è invece molto appartato, difficile nei rapporti con gli altri. Il mio Zatoichi preferisce trucidare i cattivi piuttosto che familiarizzare con le brave persone…. Zatoichi è un supereroe dal sapore decisamente hollywoodiano, è una sorta di angelo sterminatore, ovunque vada una striscia di sangue lo segue. Il ritmo è stato un elemento cruciale in questo film, non solo nelle scene danzate ma anche in quelle drammatiche e soprattutto nelle sequenze dei combattimenti di  Zatoichi.”
Ed è infatti il ritmo quello che più risalta in questo lungometraggio che afferra, trascina, ci si ritrova ad aspettare sospesi il prossimo colpo di scena, non si contano i passaggi che il montaggio alternato mette in catalogo, nella simultaneità, lungo il tempo reale del plot, e nella profondità, in sbalzi  frequenti da un piano temporale all’altro (nella danza finale Kitano mette in scena addirittura un flash back vivente delle due geisha, ora bambine e un attimo dopo adulte, in un naturalissimo movimento del passo di ballo).
Ruotano bastoni, pugnali e katana ad un ritmo indiavolato da bursting point; battono a ritmo di danza i piedi dei contadini sul terreno e  volano in aria zappe; corre urlando mezzo nudo e mezzo armato l’idiota del villaggio che vuol diventare samurai (ma che sembra più adatto per il sumo), e uno dei ciocchi di legno che Zatoichi sta tagliando e  affastellando, lanciandoli  alle sue spalle con superba mira, lo colpisce in perfetta sincronia mentre passa, stendendolo (momentaneamente) a terra; ci offre un delizioso saggio di nichibu O-Sei, l’ermafrodito/geisha, accompagnata dallo shamisen della sorella (ma l’impugnatura del delicato strumento nasconde una spada, e spunta anche quella al momento giusto e due gheisa con katana contro una banda yazuka solo Kitano poteva inventarle!); infine, un bellissimo misto di danza folkloristica giapponese con movenze da tip tap sarà la festa di chiusura nel villaggio.  La musica di Keiichi Suzuki raccoglie bene il testimone di Joe Hisaishi (“diventato troppo caro”, confida Kitano a chi gli chiede)
Zatoichi fa fuori tutto l’arsenale di giavellotti, pugnali, katane e bastoni dei prepotenti taglieggiatori dei contadini con mirabolanti piroette della sua katana nascosta nel bastone, scene di combattimento in puro stile ninja, con pezzi squartati e schizzi di sangue dappertutto, creano una esagerazione visiva quasi esilarante (Ho usato molte volte la computer graphic nel film soprattutto per tutti gli effetti legati al sangue. La mia intenzione era quella di esagerare gli spargimenti di sangue per dare al tutto  un tocco da cartoon o meglio da videogame. Volevo rendere le scene dei combattimenti il più  possibile surreali, divertenti, mi piaceva l’idea di rendere colpi e ferite il più possibile in una  dimensione grafica), ma ecco all’improvviso aprirsi un tranquillo interno al gusto del sakè, il ronin (ce n’è uno, ha una sua storia che fa da sub-plot) guarda con amore la moglie malata per cui deve combattere e guadagnar soldi, la risacca scioglie placida il sangue e sfiora i cadaveri sparsi sulla riva, sfilano personaggi per cui riaffiora quella capacità incredibile di Kitano di andare dritto in fondo ad un cuore senza bisogno di parole.  C’è una lunga strada alle spalle di Kitano, e su questa anche il grande Kurosawa con i suoi Sette Samurai dal cuore buono che aiutano i contadini, o il cinico ma inflessibile Sanjuro che arriva, ammazza e va via (mentre va via, Zatoichi, ora vedente, inciampa in una pietra e fa la sua battuta, poteva mancare con Kitano?).
C’è anche la pistola che spunta all’improvviso in mezzo al roteare di lame, e fa una ben magra figura come ne La sfida del Samurai del grande Kuro.
E infine la pioggia, i famosi diluvi di Kurosawa: “La scena sotto la pioggia è il mio omaggio a questo grandissimo regista.La cosa divertente di quella scena è che mentre la giravamo improvvisamente non solo ha iniziato a fare freddo ma l’odore della pioggia è cambiato. L’acqua di scorta era finita e i tecnici sono stati costretti ad attingere a quella del lago delle carpe. Un vero schifo, sembrava che piovessero carpe dal cielo.”
Che dire ancora? C’è divertimento assicurato, e a quello Kitano tiene molto.
 


SI

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