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Zatoichi - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Mauro Gervasini

Kitano questa volta si diverte con un film di samurai ma continua a raccontare il cinema come parte di un sogno, o di una lucida follia

Takeshi Kitano si è voluto divertire, e dopo Dolls non era umanamente pensabile un altro capolavoro. Ma Zatoichi è comunque il film “minore” di un cineasta dal talento così grande («sei un Dio!» gli ha gridato qualcuno in sala) da essere sempre irrinunciabile. Storia di samurai, si è detto, genericamente ispirata alla saga dello spadaccino cieco consacrato dall’attore Shintaro Katsu. Un modo per “svecchiare” una tradizione cinematografica e farla conoscere “a chi ha meno di trent’anni”, secondo le parole dello stesso Beat Takeshi. E dunque, film commerciale e solo alimentare? Neanche per sogno: Zatoichi è un Kitano Doc che al di là della facciata sfugge alle più semplici definizioni. La struttura del chanbara (cappa e spada giapponese) diventa per il regista-protagonista il territorio di una sfida, di un duello con la propria poetica e la propria “fisicità”. Al centro della scena, Beat Takeshi è coreografo marziale secondo gli insegnamenti della scuola Asakusa, dalla quale proviene e che prepara gli allievi al combattimento con la katana e il bokken. “Fuori” scena, invece, è cineasta puro, attento come al solito al rigore della regia, alle dissonanze visive (il sangue, la pioggia, il fango, i contrasti cromatici dei vestiti, delle cose, degli spazi), agli straniamenti grotteschi o comici. Questo è forse l’aspetto più interessante. Kitano ci ha abituato ai siparietti esilaranti, ma in Zatoichi c’è una programmaticità teorica nel mostrare zappatori che vanno a tempo, finti samurai imbecilli o personaggi-cabarettisti come l’attore Guadalcanal Taka, che si becca le legnate sulla testa. L’assurdo in Zatoichi diventa categoria ontologica del cinema. Un film non c’entra con la realtà e neppure con la storia (per esempio quella dei samurai) ma trova la propria verità nel sogno, nella follia. Quella che fa concludere un chanbara con una travolgente, straordinaria, geniale sequenza di tip tap. Kitano dimostra di essere al di là, al di sopra, del semplice concetto di contaminazione tra commedia, musical e cappa e spada. Perché Zatoichi è un guerriero dell’assurdo, un corpo-cinema che viaggia nel fantastico trasformando ciò che tocca in percezione.


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