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Codice 46 - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Emanuela Martini

Paure e suggestioni di fine millennio tra perdita d’identità e globalizzazione. Un po’ schematico

Un futuro prossimo, una megalopoli tecnologica (Shanghai) circondata da una terra di nessuno nella quale vivono i senza casta privi dei papelles, i documenti che ne attestano l’origine, che naturalmente premono per entrare in città. Un agente investigativo, che a causa di un virus può leggere nella mente degli altri, viene inviato a indagare sulla fuoruscita illegale di documenti falsi. Incontra una ragazza, la colpevole, forse fuori casta, forse non umana, certamente ambigua e fragile, e se ne innamora. Quasi la versione fantascientifica (meno riuscita) di Lost in Translation, Codice 46 di Michael Winterbottom mescola paure e suggestioni di fine millennio, globalizzazione, invasione, perdita dell’identità, manipolazione genetica, limitazione delle libertà, da Blade Runner a Gattaca a Minority Report. A differenza dei molti predecessori è girato a costo relativamente basso e in una chiave intimista che rischia di renderlo un po’ schematico e verboso. I due protagonisti, perplessi e sperduti, funzionano.


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