Opinione di luisasalvi su Prima ti sposo poi ti rovino
Con George Clooney, Catherine Zeta-Jones, Geoffrey Rush, Billy Bob Thornton, Jack Kyle
- negative [23]
- sufficienti [37]
- positive [46]
- leggi tutte le opinioni
Attenzione! quando vedi questo simbolo
significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Marylin, donna cinica e povera, cerca l'indipendenza grazie a un matrimonio... ma le va male per colpa dell'avvocato divorzista Miles Massey, che ne dimostra il cinismo e l'intenzione di rovinare il marito. Allora lei, rimasta senza denaro, decide di vendicarsi sposando proprio l'avvocato per poi rovinarlo, e per farlo finge un matrimonio con un ricchissimo da spennare, per apparire ricca... Di solito più rivedo i film di Coen meno mi piacciono: sono abili giocattoli che sempre più rivelano la corda ad ogni rilettura. Dopo aver visto questo la prima volta avevo annotato che non mi pare che meriti, mi pare il più banale e inutile dei film dei Coen, una commediola fiacca e prevedibile con scarsissima grinta e poche scenette gustose che si perdono nel contesto. Rivedendolo altre volte ho apprezzato di più quelle scenette rispetto alla banalità del resto: il killer fischietto, il dialogo fra le divorziate arricchite, la testimonianza a sorpresa del barone concierge procacciatore di mariti ricchi, soprattutto la presentazione del protagonista che fa il bello e si lustra il sorriso, astuta mossa (ma ben nota e variamente usata da abili registi di fronte a interpreti più belli che bravi) che mostra l’attore ben più che il protagonista del film, abilissimo cinico avvocato cui poco si adatta l’aspetto vanesio, che calza benissimo invece su Clooney. Entrambi i protagonisti sono scelti proprio in quanto belli inespressivi; lei piange bene quando è interrogata sul suo amore per il marito e sulla delusione per il tradimento, proprio perché deve apparire una che finge dolore non vero, e siccome non sa recitare ci riesce benissimo (trucco ben noto fin dal tempo del divismo); lui è proposto come vanitoso consapevole della forza irresistibile della propria bellezza, ma che appunto mal si concilia con i successi professionali di un cinico avvocato; e non riesce affatto convincente nel discorso in cui si dichiara, ma non sembra, innamorato. In un dialogo affrettato fra lui e il suo assistente si vorrebbe spiegare il nucleo della vicenda, il suo innamoramento improvviso e irresistibile per la bella Marylin di cui pure ha appena scoperto il cinismo immorale: sarebbe una sfida, un modo per uscire dalla monotonia dei successi professionali che gli procurano ricchezza e noia. Con qualche confusione, prima fra innamoramento e amore, pericolosissimo nella vita ma tipico inganno del cinema da sempre, e fra questo, comunque lo si voglia chiamare, e il gusto della sfida e della caccia, altro topos, di à l’amour comme à la guerre, che avrebbe avuto bisogno di qualche approfondimento, mentre cresce con gli inganni reciproci fino al tentativo di ognuno dei due di far uccidere l’altro. Ma in fondo è proprio questo ciò che cercava ognuno dei due, una continua sfida, o guerra fredda, fatta di simulata fiducia e dichiarato amore, per un avversario altrettanto abile; il film non dice questo e spaccia il tutto per amore, ma quel dialoghetto lo denuncia, e i Coen sembrano rispondere così alla accusa che ricevono da tempo dalla critica più attenta (soprattutto americana) e che a loro volta hanno introdotto nel film precedente, L'uomo che non c'era (2001), nella lezione del maestro di piano che spiega che non basta suonare con le dita, bisogna suonare con il cuore: loro filmano con il cervello e con indubbia abilità fin dall’inizio; ora pare che se ne siano convinti e rispondono che si può fare cinema (come un matrimonio felice) anche senza amore, solo con l’inganno e come continua sfida di abilità. Forse è vero, ma solo per cinema di consumo: senza amore per ciò che si fa e si descrive, e quindi per la vita, o spacciando per amore capricci e attrazione epidermica, non si fanno non dico capolavori, ma neppure film veramente buoni, che reggano a ripetute visioni: provate a rivedere un film dei Coen (a parte, forse, Fargo) anche solo una volta al giorno per una decina di giorni, e ne sarete stufi; mentre molti film di Fellini o Carné o Almodovar o Clouzot o Dreyer o Rossellini o Bergman o Barnet o Chaplin o Hitchcock o Huston o Altman o Keaton o Kusturica o Lang o Ford o Leone o Lubitsch o Sternberg o Truffaut o Taviani o Kiarostami o Ozu o Vigo o Welles o Wilder o Ymou o Kitano o Kurosawa (o Tarantino?) o Ejzenstein (checché ne dica Il secondo tragico Fantozzi, che peraltro forse nessuno sarebbe disposto a rivedere per una settimana di fila), qualcuno anche di Allen, Cukor, Capra, Buñuel, Burton, Eastwood, Fassbinder, Mankiewicz, Kazan, Ichikawa, Ioseliani, Konchalovskij, Paradzanov, Powell-Pressburger, De Sica, Tarkowskij, Vidor, o di altri, pur secondo me sopravvalutati, come Griffith o Visconti o Antonioni o Bertolucci o Kubrick o Hawks o Ray o Scorsese o Kim Ki-Duk, o Mulholland drive di Lynch o Dillinger è morto di Ferreri o La grande illusione di Renoir o Belle Epoque di Trueba, si possono rivedere e studiare anche molte ore al giorno per molti giorni ed ogni volta dicono qualcosa di più e piacciono di più, come accade per ogni opera d’arte, scultura o pittura o musica o poesia o romanzo (provate a rileggere tante volte un romanzo della Tamaro, se ci riuscite; mentre ogni volta vi piacerebbe di più I promessi sposi, se la scuola non vi avesse dissuaso dal rileggerlo). E sicuramente ne ho dimenticati tanti altri, oltre ai tantissimi che non ho visto né conosciuto. Ma di capolavori non ne escono ogni anno, come non ne escono in letteratura né in altre arti, anche se la critica grida al capolavoro ad ogni pie’ sospinto, per opere che dopo pochi anni sono dimenticate anche da chi le lodava. Scarsamente escono ogni anno in ogni campo alcune opere definibili “buone”, che resteranno ricordate nei manuali; ma questi, anche i più documentati, citano anche opere appena “sufficienti”, forse significative per l’importanza storica che esse hanno avuto; di opere “buone” non ne vengono segnalate neppure una all’anno, e di “capolavori” pochissimi in ogni secolo. Non vedo perché per il cinema si debba seguire un metro diverso. Semmai potrebbe essere ingiustificato o provocatorio il giudizio di sufficienza dato a filmetti di puro divertimento, che non lasciano segno; ma li preferisco ai tanti che vorrebbero essere d’arte e non lo sono...
Commenti
Non è stato inserito ancora alcun commento. Vuoi essere il primo?
Lascia un commento
Per poter commentare occorre essere iscritti. Se non sei iscritto registrati, atrimenti fai login nel box in alto a destra
dal 6/2 al 12/2
- 1 Com'è bello far l'amore 2.472.050,00
- 2 Hugo Cabret 2.058.685,00
- 3 Benvenuti al Nord 1.439.253,00
- 4 Mission: Impossible - Protocollo Fantasma 973.809,00
- 5 Millennium: Uomini che odiano le Donne 787.933,00
- 6 Tre uomini e una pecora 776.488,00
- 7 A.C.A.B. - All Cops Are Bastards 488.775,00
- 8 The Iron Lady 454.224,00
- 9 Star Wars: Episodio 1. La minaccia fantasma 401.722,00
- 10 40 carati 391.800,00




