Opinione di vincenzo carboni su Lost in Translation
Con Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris
- negative [24]
- sufficienti [23]
- positive [114]
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Attenzione! quando vedi questo simbolo
significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Scrivere su 'Lost in translation' è difficile perchè sembra non esserci nessun gancio a cui appigliarsi, come per un pesce che abbocca ad un amo senza verme. Ed eccomi io nella condizione del pesce che abbocca all'amo di Sofia Coppola, e che una volta fuori dall'acqua si accorge di non avere nemmeno la consolazione dell'esca. Eppure consolazione c'è stata per me che ho visto questo film in una sorta di strana o estraniata aspettativa di qualcosa che pure di lì a poco sarebbe successo. Non è successo niente, e questa è stata la consolazione inaspettata. Si scivola verso la fine con l'aliena felicità di aver visto un film bellissimo e senza capirne il perchè, sempre che capire sia una cosa apprezzabile. Per i più lo è. Per i ‘meno’ invece si tratta come di nuotare in un liquido come quello amniotico, denso, buio, incosciente, dove qualche suono attraversa la superficie, e -ce lo ricordiamo?- si vive in un appagamento magico, senza neanche la necessità di comunicare, né di porsi la comunicazione, o la comprensione. L'esperienza è che qualcosa si perde nella traduzione, forse tutto. Ci rimangono i resti, e si tratta di fare con questi virtù, ancor meglio che con le necessità, perchè tra quell'uomo e quella donna avvengono precipitazioni di sè dentro l'altro senza spiegazione, o traduzione. Avvengono, resistendo in questo caso all'equivoco del sesso; anzi, trattenendosi proprio nello sprofondare nell'equivoco del sesso, che sempre è una trappola (seppure la migliore delle trappole –parafrasando Woody Allen-), vale a dire la traduzione perfetta, il codice certo e scontato che rimanda un dato di fatto (se scopi con me, allora io ti piaccio, e tu piaci a me). I due invece resistono alla comprensione dell'altro, forse per paura della violenza che questo procedimento una volta avviato sottende. Preferiscono rimanere alla superficie dell’altro, senza indulgere in traduzioni, in spiegazioni che illudono di capire. Lei si ranicchia contro lui, e Bob si ferma a toccare il piede nudo di lei, quasi religiosamente, senza provocare terremoti che pure a Tokyo sono cosa quotidiana. In questa resa all'Altro, si consuma il film, come una fiamma, lasciandoci immemori. Mi rimane in mente (ma una mente come un cinematografo personalissimo e impazzito, che perde Kronos ma guadagna un ‘adesso’ che è passato) l’inquadratura di Charlotte sul davanzale della finestra a vetri, con le ginocchia strette a sé, come a cercare una interiorità uterina, fetale, la stessa della citata scena sul letto con Bob. Rammento le scene sospese sul letto di notte, l’abbandono dentro la vasca, le bevute al bar deserto, la noia mortale con cui Bob si avvicina al lavoro super pagato che dovrà eseguire come un normale travet, e che svolgerà diligentemente distendendosi sul tempo serrato dei ciak, resi sincopati dallo slang nipponico del regista che sembra dire molto di più di quanto la traduzione dica, e con un tono isterico che certo non fa pensare al tipico aplomb orientale. L’insonnia è il sintomo di tanto trauma, ma un sintomo che diviene una occasione se solo i protagonisti riuscissero a poggiarvi sopra i propri pensieri ostinatamente vigili, a fare silenzio per ascoltarne il brusio, tanto da permettere a questo –il sintomo- di parlare nella lingua straniera che gli è propria, per arrivare ad ascoltare senza l’arroganza di una traduzione, per fare della veglia notturna il sogno che non si riesce a fare dormendo. Charlotte di fatto si rende sogno di Bob e viceversa, ognuno è disposto a rimandare le inquietudini dell’altro senza inutili deflorazioni esplicative, ma rimanendo nella nuvola senza senso del senso, un senso che non addiviene mai a significato. Allora in questa rovesciata cosmogonia è normale che Roger Moore divenga lo standard dello 007, scalzando perfino Sean Connery; e che Bob e Charlotte non finiscano a letto come un copione rispettabile avrebbe mantenuto dopo aver promesso. Si direbbe che 'Lost in translation' sia l’opposto di un film Hard, un luogo cioè dove il desiderio non si arrende al godimento, per continuare a desiderare ancora, e ancora, ma altrove. Dove? Chissa?
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