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Seabiscuit - Un mito senza tempo - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Enrico Magrelli

Da una storia simbolo della Grande depressione un film banale e prolisso. Molto amato negli Usa

Due ore e venti minuti per raccontare la (stra)ordinaria storia di un cavallo, Seabiscuit, definito dall’autrice (Laura Hillenbrand) del romanzo da cui è tratto il film, il cavallo Cenerentola che galvanizzò gli americani, piegati, umiliati e “spostati” dal crollo dell’economia, negli Anni ’30, sono un tempo infinito se male utilizzato. Il regista Gary Ross alterna dilatazioni narrative molto noiose ad ellissi repentine. Usa belle e drammatiche fotografie di repertorio ma non ha la stessa cura nel comporre immagini ripetitive di corse, di premiazioni e di scene in cui tutto sembra andare a rotoli. Costruisce ponti ad ampie arcate tra le imprese sportive, tra il 1935 e il 1937, di Seabiscuit e la Storia di una nazione che vuole rinascere ma semplifica, addolcisce, enfatizza, perde continuamente il senso della misura e dell’asciuttezza. Presenta i tre personaggi principali (Jeff Bridges, l’imprenditore ottimista, Chris Cooper, l’allenatore, e Tobey Maguire, il fantino-pugile, cieco da un occhio) e li fa incontrare dopo più di mezz’ora. I tre attori sono incatenati a ruoli rigi-di e non funzionano. Seabiscuit, amato in Usa e possibile concorrente all’Oscar, affronta la dirittura del cinema contemporaneo correndo nella direzione sbagliata.


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