The Company - La recensione di FilmTv
Con Neve Campbell, Malcolm McDowell, James Franco, Barbara E. Robertson, Domingo Rubio, William Dick
La recensione di FilmTv
Altman, affascinato dalle dinamiche di una compagnia di balletto, fruga impietoso dietro le quinte. E realizza “la prova generale” di un film
Una stagione nella vita di una delle compagnie di danza più famose del mondo, il Joffrey Ballet di Chicago, che mescola tradizione e classicismo e sfida sulle punte gli incubi della modernità (c’è persino una coreografia su musiche di Angelo Badalamenti e David Lynch). Una giovane attrice, Neve Campbell, che prima di passare al cinema ha studiato danza classica ed è stata ballerina e che da tempo voleva fare un film sul mondo del balletto (infatti è anche produttrice di The Company). Una sceneggiatrice, Barbara Turner, che per due anni si è immersa insieme alla Campbell nell’universo del Joffrey Ballet, intorno alla scena e fuori, mescolandosi alla vita dei ballerini. Alla fine, è sbucato il regista al quale le due autrici della storia avevano continuato a ispirarsi: Robert Altman, il genio dei microcosmi, capace di sguinzagliare la sua macchina da presa in un insieme umano e di coglierne rivalità e attrazioni, delusioni e aspettative. Il risultato è un film bizzarro: più che un film, The Company sembra la prova generale di un film, dove la “scena” fagocita il “fuoriscena”, trasforma la fatica e i conflitti in leggerezza e coralità, ribalta in coreografica perfezione le stridenti imperfezioni della vita privata. Durante le giornate di prove ed esercizi e durante le serate, spesso solitarie e sfinite, dei ballerini, la macchina da presa di Altman affonda con la consueta fluidità nei volti, nei piedi massacrati, negli sguardi stizziti o preoccupati, nei muscoli e nelle articolazioni dolenti; si serve del suo zoom proverbiale, del sovraffollamento amplificato dalle pareti a specchio e del consueto “overlapping dialogue” per sottolineare i personaggi e le loro dinamiche, per farci intuire le storie individuali che stanno dietro la costruzione di ogni spettacolo. In dettaglio si sofferma solo sulla storia d’amore tra la protagonista Rye e Josh, l’unico non ballerino del film, che fa l’aiuto cuoco in un ristorante, e sul dirompente ego del direttore della compagnia. Vedendo The Company, si avrebbe voglia di scoprire di più, di un canovaccio alla Nashville o alla Kansas City, che tirasse in primo piano i caratteri e, attraverso questi, un’idea del mondo. Ma Altman (che in realtà è tutt’altro che tenero, e fa balenare durezze, cinismo e tradimenti) sembra concentrato soprattutto sulla “macchina”, affascinato dallo spirito di squadra che, alla fine, supera ogni contraddizione e crea la meraviglia che vediamo sul palcoscenico. Quasi un documentario, hanno detto; dove la ripetizione ossessiva di My Funny Valentine, in quattro versioni differenti (ricordate The Long Goodbye?), ci ricorda sottovoce che fuori c’è la vita vera e malconcia.
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