The Day After Tomorrow. L'alba del giorno dopo - La recensione di FilmTv
Con Dennis Quaid, Jake Gyllenhaal, Emmy Rossum, Dash Mihok
La recensione di FilmTv
Un kolossal coraggioso ed “ecologico” ad alta tensione. Non tanto lontano dalla realtà
Dilatare le dimensioni di un disastro È il teorema che legittima la presa spettacolare dell’evoluzione del filone catastrofico. Un tempo bastava King Kong a devastare un set riconoscibile e familiare come New York. Prima e dopo quella “grande scimmia”, un grattacielo in fiamme, un aereo, un transatlantico, un terremoto, un vulcano, un uragano erano sufficienti e necessari per suggerire la fragilità delle macchine architettate dagli umani e per ribadire la forza primitiva e assoluta della Natura. Il cinema che distrugge il proprio campo e che si esalta nel creare e polverizzare un simulacro della realtà e dei suoi abitanti, si compiace nello scatenare e motivare paure e si applica nel comporre cataclismi di varia portata. È un cinema che si inebria dei rapidi progressi della ricerca tecnologica nella produzione di immagini fedeli e attendibili ad un verosimile dello stupore. Se tutto è stato visto (in ogni film realizzato fino ad oggi), la molla è modellare immagini che esistono e sono “viste” solo negli incubi, nella memoria del futuro, nella consapevolezza di una precarietà ontologica e storica dell’homo sapiens. Roland Emmerich è, a suo modo, un maestro dell’immaginario apocalittico. In questo kolossal ad alta tensione spettacolare e ad alto impegno ecologico la sapienza degli effetti speciali visivi simula credibili e superbi scenari da disastro climatico. Il disinteresse dei governi, l’incuria dei singoli alterano irrimediabilmente l’equilibrio della Terra e il mondo precipita nel passato arcaico. Il clima impazzisce e una nuova Era glaciale decima il genere umano, avvinghia nel gelo simboli e luoghi, trasforma un pianeta in un fossile nell’universo, rimette in moto secolari migrazioni, ferma l’orologio della Storia. E l’ultima civiltà rischia di fare la fine di tutte le civiltà che l’hanno preceduta. Un blockbuster impegnato, serio, con un happy end indeterminato e che non rinuncia per questo agli incassi non è frequentissimo ad Hollywood. Le tormente digitalizzate e la trasformazione di New York in una gigantesca scenografia chiusa in una palla di neve planetaria sono più convincenti dei personaggi (anche se gli attori se la cavano) e dei loro dialoghi (e non è la prima volta in Emmerich). L’Occidente, se non prenderà provvedimenti, prima surriscalderà il pianeta e poi finirà surgelato. E non sarà un effetto speciale di cui ci sarà modo di vantarsi.
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