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Opinione di dedo su Fascicolo nero

[Le dossier noir, Italia, Francia 1955, Drammatico, durata 115', b/n]   Regia di André Cayatte
Con Bernard Blier, Antoine Balpêtré, Danièle Delorme, Lea Padovani




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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29/09/2011 voto al film: voto buono

Sul film

André Cayatte. Chi era costui ?. Non molti ricordano questo regista francese,  in perenne contrapposizione con la critica cinematografica che lo definiva troppo freddo e razionale, poco incline ad “arrotondare” i suoi argomenti trasposti nel cinema. Di professione avvocato, dopo aver esercitato la professione per alcuni anni, si avvicina al cinema e nel decennio  ’50 –’60 mette a segno dei grandi successi. Con “Giustizia è fatta” nel 1950 conquista il Leone d’oro, un po’ a sorpresa, prevalendo su “La Ronde” di Max Ophuls. E’ l’inizio di una serie di film “impegnati” sul fronte giudiziario,  (che  evidentemente conosceva bene) , che mettono in luce contraddizioni, inadempienze, comportamenti scorretti  della magistratura. Seguono, sullo stesso argomento “Siamo tutti assassini” del 1952, “Prima del diluvio” del 1954 e per ultimo “Fascicolo nero” del 1955. Nel 1960 conquista il suo secondo Leone d’oro con “Il passaggio del Reno”, che, a parere della critica, scippò il premio a “Rocco e i suoi fratelli” di Luichino Visconti. Una cosa era certa: la mia generazione attendeva con ansia ogni sua opera e l’andava a vedere con religioso rispetto. A parte il film in oggetto,  le sue opere sono praticamente scomparse, probabilmente per il maligno giudizio dei professionisti di critica cinematografica che gli rimproveravano  un eccessivo schematismo e sensazionalismo nel sostenere i suoi principi sociali  contro il forte potere della magistratura, anche se non potevano fare a meno di attribuirgli una forte coerenza d’ispirazione ed un’ottima capacità, sia pure artigiana, di mestiere. Teniamo presente che l’attività di Cayatte si trovò ad essere confrontata continuamente con i lavori di Autant-Lara, Bresson, Clair, Renoir, Tati, tanto per citarne alcuni fra i migliori registi del periodo. I suoi lavori potrebbero essere riproposti come anticipazioni di una situazione tuttora persistente.

Sulla trama

Con “Fascicolo nero” affronta il tema della giustizia ambientandolo nella cittadina (immaginaria) di Lancourt, ove fervono lavori di ricostruzione postbellica, completamente sotto il controllo di
 Charles Brussard   (Paul Frankeur). Ne viene fuori un quadro provinciale fosco in cui il regista tiene subito a sottolineare le condizioni disastrose in cui versa il Palazzo di Giustizia  (portiere in sanatorio, moglie lavandaia ed il palazzo in mano ad un ragazzino (Marcel), che deve badare anche ai suoi due fratellini più piccoli). Dal tetto trasuda acqua, raccolta in un secchio. E’ in queste condizioni che prende servizio un giovanissimo giudice istruttore, Jacques Arnaud (Jean- Marc Bory) venuto a sostituire il predecessore appena defunto. Subito si rende conto che è solo nel suo lavoro in quanto il procuratore, affetto da cancro in fase terminale ha solo il desiderio di cercare di sopravvivere altri sei mesi per ricevere una migliore pensione e “vuole sperare che i sei mesi passino senza storie”. Inoltre il giovane Arnaud può fare uso solamente di un telefono pubblico, a portata di orecchio di tutti. Il primo caso da risolvere è un semplice avvelenamento di cani poliziotto, frutto di una vendetta da parte del dipendente dell’allevatore Dutouit (Antoine Balpetre) e sarebbe stato chiuso senza problemi se, interrogando quest’ultimo  non venisse  a conoscenza che c’è stato anche uno scasso ed un tentativo di furto, probabilmente collegato ad un fascicolo, foderato di pelle nera, e contenente certamente documenti compromettenti che  mettevano in relazione  André Le Guen (defunto, amico e compagno in campo di concentramento  di Dutouit) e l’onnipotente Brussard. Arnaud decide così di non chiudere il caso, ma di avviare un’indagine supplementare per aver conferme, che ben presto riceve. Il giudice istruttore è giovane, coraggioso, non è intimorito dalla becera ed arrogante figura di Brussard, davanti al quale tutta la cittadina è prostrata, forte com’è dell’aiuto del Sindaco, del vice Prefetto, del capo della polizia. Inizia così una caccia, senza sconti, alla ricerca del fascicolo. Messo alle strette il fratello notaio di André, Alain Le Guen (Cristian Fourcade) chiede che venga riesumata la salma del fratello e si chiarisca che non è stato assassinato. . Ma il risultato conferma un’avvelenamento da solfato di atropina. Siamo in presenza quindi di un omicidio. La cittadinanza si schiera con Arnaud. Ne nascono disordini. Viene inviato da Parigi il superpoliziotto Gaston Noblet (Bernard Blier) che ostenta una grande sicurezza. A questo punto sono tre i filoni di indagine e quando si entra nel tritacarne della Giustizia è difficile poter dimostrare la propria innocenza. I metodi coercitivi e ricattatori usati dai poliziotti portano alla consegna al Giudice istruttore ben due confessioni firmate da persone diverse, che vedono la  loro privacy violata. Ma Arnaud si convince che la positività dell’avvelenamento degli organi di André è dipesa solamente da una cattiva conservazione dei suoi organi e pone termine al caso, senza luogo a procedere, rovinandosi così la carriera.  
Il film, dalla trama complessa, è ben costruito ed il cast è ben diretto. Girato quasi tutto in interni, presenta un ritmo, un impegno ed una suspence costantemente ad alto livello, ma talvolta si perde nei dettagli per dimostrare allo spettatore come la Giustizia possa incorrere in grossolani errori quando ricorre a metodi coercitivi. E un’opera che ricerca soprattutto l’effetto spettacolare, capace però di arrivare allo spettatore con quello impatto violento cercato  dal regista.  Cayatte assieme a Charles Spaak è l’autore della scenografia che ricostruisce bene l’ambiente cupo di una cittadina di provincia francese nell’immediato dopoguerra. Il film, pur con i suoi difetti, è consigliabile. Voto 7,5
 

Sulla regia di André Cayatte

Un grande artigiano, coerente nei suoi principi ed ottimo direttore del cast

Sull'interpretazione di Bernard Blier

Il superpoliziotto parigino svolge il suo compito con frande efficenza

Sull'interpretazione di Antoine Balpêtré

E' l'allevatore di cani che incarna una figura piuttosto equivoca

Sull'interpretazione di Danièle Delorme

Si presta con efficienza al compito di figlia del procuratore facendosi però prendere un po' la mano

Sull'interpretazione di Lea Padovani

E' la vedova del sospettato assassinato. Mantiene il controllo recitativo in modo eccellente

Sulla colonna sonora

Bella e sonora nell'introduzione in cui sfrutta bene l'organo, in seguito perde consistenza

Cosa cambierei

L'avrei reso più lineare


SI

Commenti

  • 29 settembre 2011, 18:30 di degoffro

    L'ho registrato da Iris questa estate ma non l'ho ancora visto. Questa tua ricca opinione stuzzica ancor di più il mio interesse.

    cancella commento cancella commento e blacklista degoffro
  • 29 settembre 2011, 18:36 di dedo

    Grazie @degoffro. Se non ti annoi con i film a sfondo giudiziario, ne vale la pena, anche se non è il miglior Cayatte. Ciao

    cancella commento
  • 29 settembre 2011, 23:50 di Marcello del Campo

    Georges Sadoul in un introvabile saggio "Cinema francese 1890-1962" , Guanda 1962 non tratta proprio male 'l'avvocato' Cayatte':"Si potranno discutere i particolari della regia;" , scrive, "non la sua autenticità di documento.". A me il suo cinema non è mai piaciuto, - sono tra quelli che affermano che il premio al "Passaggio del Reno" fu uno scippo, ma il cinema è anche "Storia del cinema" e André Cayatte va giustamente ricordato per il suo impegno civile. A parte i quattro film che citi, dopo "Uno dei tre" del 1963, non mi sembra ci sia da 'salvare' nulla, - pura routine. Un saluto.

    cancella commento cancella commento e blacklista Marcello del Campo
  • 30 settembre 2011, 10:17 di dedo

    Hai perfettamente ragione @Marcello. Non conosco nulla di storiografia critica riguardo al cinema. Ma, e l'ho scritto, la mia generazione era colpita dalla personalità di Cayatte ed i suoi film erano sempre un avvenimento che non perdevamo, specie quelli di impegno civile. Grazie per le puntualizzazioni fatte e apprendo con piacere che almeno qualcuno (George Sadoul) abbia scritto fuori dal coro dei detrattori del regista. Sapevo di entrare in un campo minato, ma l'ho fatto ugualmente perchè Cayatte invece mi è sempre piaciuto ed avevo rilevato come almeno le sue opere migliori non passano più attraverso i canali televisivi (che invece sfornano abbondante spazzatura), tenuto alla larga ad una marea di giovani cinefili . Un saluto

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  • 30 settembre 2011, 13:55 di Marcello del Campo

    @Dedo, - a parte i limiti di una regia incolore, - Cayatte mirava ad altro che a fare il regista 'intellettuale alla moda', a lui interessavano le storture giudiziarie, - hai ragione a lamentare l'assenza nei programmi televisivi dei suoi film; del resto, tranne pochi rari casi, - vedi Amelio "Porte aperte", - manca in Italia un regista che denunci la corruzione nel governo e nella pubbilca amministrazione. E non perché manca un forte partito della sinistra [e, in verità, manca del tutto], Ugo Betti non era comunista ma "Corruzione al palazzo di giustizia" [diventato un film si Aliprandi nel 1974] è uno dei pochi esempi di cinema cayattiano. Ciao.

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  • 30 settembre 2011, 15:10 di dedo

    @Marcello forse perchè era il primo regista che aveva il coraggio di denunciare il malfunzionamento di un potere forte e condizionante, infischiandosene dei benpensanti, impegno che da noi arrivò più tardi ed oggi, che sarebbe opportuno anche nei confronti di altri poteri, non è più così mordente come allora. Ciao e grazie

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  • 30 settembre 2011, 19:31 di jonas

    Questo è un film che ricordo con particolare piacere, perché è una delle rarissime volte in cui ho indovinato esattamente come andava a finire un giallo. A parte ciò, di Cayatte ho visto anche Siamo tutti assassini e Giustizia è fatta e devo dire che non mi dispiace affatto: un po' didascalico, ma trascinante.

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  • 30 settembre 2011, 20:32 di dedo

    Grazie @jonas. In effetti ho scritto questa opinione per rivalutare, pur con i suoi difetti e la fortuna (Teniamo presente che "Giustizia è fatta" conquistò anche l'Orso d'oro) questo regista, che, almeno come artigiano qualificato, era quasi completamente cancellato dalle programmazioni e sconosciuto alla maggioranza dei cinefili del sito. Un saluto

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