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Opinione di Utente rimosso (signor joshua) su Mare dentro





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04/09/2010 voto al film: voto buono

Sul film

Ramon, poco prima che la sua volontà si compia illegalmente, confessa a Rosa di essere convinto che, dopo la morte, non ci sia niente. Questo la dice lunga, perché se uno tra una vita di immobilità ed il niente, è spinto a scegliere il niente, vuol dire che quella vita (o presunta tale) non è molto degna di essere vissuta. E facendo un calcolo veloce, anche le autorità, durante lo sfogo finale di Ramon (quello di fronte alla videocamera), se ne sono potuti rendere conto: venticinque anni di vita, ventisei anni di immobilità... gli anni di felicità, non sembrano molto equilibrati. Il problema per Ramon, era che semplicemente non poteva più permettersi di essere felice, non i tetraplegici, ma lui, in prima persona: come si può essere felici quando si sa che non si può amare senza essere, in fondo in fondo, un po' di peso nei confronti degli altri, e come si può pensare di poter essere amati in modo sincero dopo tutto questo? Forse conviene non pensarci, perché non ci si può più sparare in testa senza un aiuto, non si può più fare neanche un millimetro, senza un aiuto, e tutte le persone che ti aiutano, in fondo, un po' ne soffrono, si diventa un peso, per la famiglia e per se stessi. Bertrand Russell, una volta disse “Temere l'amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti.”, questa frase, rivista e corretta un attimo dovrebbe riassumere brevemente ciò che sente Ramon, perché lui non teme l'amore, ma non si può più permettere di provarlo, per questo, di conseguenza, non si può più permettere di di vivere pensando che tutto vada bene, e si è già praticamente morti, sia spiritualmente che carnalmente. Quindi, è necessario tirare in causa anche il caro Oscar Wilde, perché “Chi scorge una differenza tra spirito e corpo non possiede né l'uno né l'altro.”, e sarebbe il caso di dirlo al parroco gesuita che va a trovare “l'amico Ramon” per tentare di “dissuaderlo” dall'andare avanti nel suo progetto, forse capirebbe che non sono di certo le convinzioni altrui a guidare gli uomini nelle loro scelte esistenziali, e forse, arriverebbe a capire quanto ipocriti sono stati (e sono tutt'ora) i membri della Chiesa, che hanno messo i bastoni tra le ruote all'umanità ed al suo progresso, facendoci dimenticare l'identità di Dio e la natura della religione che è in ognuno di noi. Per questo, è un bene che Ramon vada fino in fondo, ignorando i tribunali criminali e bigottoni, fregandose altamente di chiunque cerchi di fermarlo, ed arrivando a completare ciò che desidera da troppi anni; ed è un bene, anche che il film parteggi palesemente per lui, mostrandoci la natura di questa tragedia umana, esattamente nelle vesti di chi la vive. Nonostante questo però, il film non può secondo me, dirsi del tutto riuscito, per due motivi: il primo (e molti mi lapideranno) è che, dopo insipido The Others, Amenabar si conferma narratore poco attento, ed abbastanza sopravvalutato, non riesce infatti a cogliere a pieno il reale contenuto personale dello spirito di Ramon, “naturalizzando” il tutto seguendo lo schemino classico di Hollywood; il secondo, è la mediocrità dei personaggi di contorno, a tratti ridicoli, a tratti irritanti, stereotipati, con parti mal scritte, recitate anche peggio, e diretti in modo inadeguato. Fortuna però che, la storia di per se, ed i contenuti che essa possiede, bastano per fare un'opera interessante, arricchita anche dall'interpretazione dello straordinario Bardem. Non è un capolavoro, ma un bel film, che prima o poi, doveva essere fatto.


SI

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