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Opinione di OGM su Blood Simple - Sangue facile

[Blood Simple, USA 1984, Noir, durata 97']   Regia di Joel Coen
Con John Getz, Frances McDormand, Dan Hedaya, M. Emmet Walsh




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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03/01/2011 voto al film: voto buono

Sul film

L’opera prima dei fratelli Coen delinea già, con esplicita freddezza, la tesi che Ethan e Joel svilupperanno, nelle opere successive, sia in chiave drammatica, sia con i toni della commedia. L’assunto fondante è la solitudine dell’uomo comune, che  può contare unicamente sulle proprie forze per affrontare situazioni tanto più grandi di lui che, per di più, gli mostrano immancabilmente il loro lato più crudele ed ingannevole.  La banalità, a dispetto del significato letterale del termine, è estremamente insidiosa e complicata: e a farne le spese sono proprio i più piccoli, che non possiedono una visione d’insieme, perché guardano al mondo dal basso della loro prospettiva limitata.  I protagonisti di questo film sono costretti ad agire senza capire – a colpire alla cieca, come efficacemente evidenziato nel finale -  e ciò li induce ad un’amoralità che è il risvolto etico dell’avventatezza della disperazione, della mancanza di coraggio e di lucidità. Gli intrecci ideati dai fratelli Coen sono fatti apposta per dimostrare quanto sia facile mettersi nei guai, e  la vicenda di Blood Simple ne è un esempio magistrale. Le azioni si fanno smisuratamente ciniche e cruente, sproporzionate in quantità e qualità rispetto alla statura dei personaggi che le compiono. Intanto, tutto intorno, quasi a ricordare che ciò è il naturale frutto della normalità, permane un’atmosfera rarefatta e attonita,  come l’espressione di chi, svegliandosi dal torpore, veda  poco a poco comparire le immagini di un incubo. La provincia americana del sud offre lo scenario ideale per una storia di abbandono da cui, nel silenzio, matura un piano di vendetta: un piano destinato, però, a restare sospeso, a seguire un percorso lento e faticoso, frenato dall’attrito con l’aria polverosa ed inerte.  Ciò che va storto, ossia non procede in linea retta, si riempie necessariamente di ramificazioni: nasce così la lateralità tipica delle opere dei Coen, che talvolta possono sembrare prive di anima e di costrutto, proprio perché si svolgono negli sfilacciati circuiti periferici della società, in mezzo ad un’umanità dozzinale e disomogenea, abituata ad arrabattarsi con cose di poco conto. In questa opera prima, a dire il vero, il linguaggio appare insolitamente incisivo ed asciutto, si direbbe in netto contrasto con il realismo dell’approssimazione e dell’inadeguatezza che, nei film successivi, diventerà l’originale marchio stilistico dei due autori.  Il loro tipico sfumato ironico rimane, per il momento, fuori dalla porta, ma ciò va a tutto vantaggio di una nitidezza espressiva che ben si addice a quella che, dal punto di vista del contenuto, si presenta come la declaratoria del loro personalissimo progetto artistico.


SI

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