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Opinione di Snaporaz68 su The Village





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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22/12/2010 voto al film: voto ottimo

Sul film

AMOR VINCIT OMNIA


Perchè , perchè non mi lasci vedere cos'hai nella testa?”
E tu perchè continui a farmi vedere quello che hai tu nella testa?”
 
The Village è il punto di svolta, il momento della maturità del giovanissimo talento indiano naturalizzato americano, dopo i successi internazionali di The Sixth Sense e Signs. Shyamalan continua la sua dialettica tra materiale e spirituale, tra naturale e sovrannaturale, spostando il tema anche a livello metacinematografico. La messa in scena degli anziani del villaggio è un tentativo utopico di costruire una illusione di realtà. Ma il valore aggiunto del film risiede nella perfetta aderenza tra il contenuto e la grammatica filmica.
In poco più di 100 minuti Shyam riesce a fare di tutto: rendere credibile un villaggio di (apparente) fine ottocento con la cura maniacale del particolare, creare una situazione claustrofobica a cielo aperto con i confini mentali più opprimenti di quelli boschivi, parlarci d’amore senza retorica e senza languori e infine spaventarci a morte senza ricorrere a nessun effetto speciale, ma con i soli movimenti della mdp.
Shymalan inoltre continua ad inquadrare in alternanza interni ed esterni, spesso delimitati da porte. Da un lato gli spazi aperti diventano paradossalmente claustrofobici, dall'altro gli spazi interni sono letteralmente abitati da zone oscure, cassette segrete che custodiscono la chiave del mistero, doppifondi del pavimento dove nascondere travestimenti. Come se l'uomo volesse relegare nel retrobottega del subconscio, le paure più ancestrali, i desideri più repressi, le pulsioni più violente. Questa frattura inesorabile tra in e out può essere risanata dalla forza del sentimento nascente tra i due protagonisti Lucius e Ivy. L'amore è riconoscersi dal colore, anche ad occhi chiusi, senza ricorrere a parole.
Il regista sta spesso sulla soglia delle porte, degli ingressi quasi volesse sottolineare una invisibile difficoltà nell'attraversarle. Esiste una frattura inesorabile tra Uomo e Natura , tra violenza del mondo reale e innocenza del mondo infantile, tra il rosso del desiderio e il giallo della divisa. Ma il Male può nascere anche dall'interno, dalla follia, dal caso, dalla gelosia. Se il male alberga dentro di noi ed è pronto a contaminare anche le buone intenzioni, allora tutti i recinti e tutti i confini, tutte le difese e i fossati, tutte le precauzioni e i blocchi mentali vengono a cadere. La paura del nemico esterno è una proiezione dei nostri demoni interiori.
Shyamalan analizza minuziosamente questa paura ancestrale e la ripropone in una versione aggiornata: la paura del mondo esterno, violento e senza amore, può comportare due tipi di reazione: la voglia di combattere e di isolare frammenti di paradiso in quello che sembra solo inferno oppure rinchiudersi in una sorta di monade leibniziana senza porte e finestre, senza più contatti all’esterno, con attorno l’invisibile muro di proiezioni del nostro inconscio malato, del lupo cattivo che proiettato all’esterno ci paralizza e ci fa chiudere gli occhi dal terrore. Ma il falso paradiso di un villaggio fuori dal tempo, pur se incontaminato dal rosso del sangue, alla fine è minato dall’interno dalla degenerazione dei sentimenti.
Due momenti altissimi nel film: la scena del primo contatto con le “creature di cui non si parla” con una mano protesa nel buio della cecità e un'altra mano che la raggiunge mentre sullo sfondo intravediamo l’ombra del mostro. E poi il momento dell’attraversamento del bosco, tra rumori sinistri e falsi movimenti. A un certo punto vediamo Bryce Dallas Howard sperduta, sola, appoggiata dietro l’albero e da lontano scorgiamo l’ombra orrenda della “creatura”, poi Shy stringe sulla ragazza e perdiamo per un attimo l’immagine dello sfondo. Quando la steady cam prova a riallargare, ci colpisce la orrenda simmetria perpendicolare della immagine, con il mostro di profilo e la preda in primo piano. La violenza viene suggerita, l’amore si nutre di silenzi eloquenti, perché “quello che ho da dirti di più bello ancora non te l’ho detto” e la paura di sé stessi si vince voltandole le spalle e varcando la soglia del confine tra i propri limiti e i propri desideri. 


SI

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