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The Village - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Mauro Gervasini

Thriller soprannaturale dai forti connotati politici e simbolici, splendidamente interpretato dall’esordiente Bryce Dallas Howard

America, 1897. una piccola comunità è assediata nel proprio villaggio da mostruose creature che vivono nei boschi. Seguendo la forza dell’amore, Ivy Walker (Bryce Dallas Howard), non vedente, affronta la foresta per raggiungere la città, dove poter comprare le medicine che salveranno il promesso sposo Lucius Hunt (Joaquin Phoenix). Film politico, si è detto di questo The Village. Il regista d’origine indiana M. Night Shyamalan non rifiuta l’interpretazione, e ammette di averlo scritto sull’onda emotiva dell’11 settembre e a ridosso della campagna dei neocon denominata “shock and awe” (“sconvolgi e intimorisci”, ma “awe” è anche “assoggettare”). La paura è protagonista della storia (e della Storia...), quindi, perché impedisce agli uomini del villaggio di fare qualunque cosa al di fuori del perimetro dello stesso. Siccome al concetto di paura associamo l’idea del buio, Shyamalan sceglie un personaggio che con il buio convive da sempre, Ivy, come tramite verso la luce e la verità. Verità che è la seconda protagonista di The Village. È la sua assenza a creare i presupposti della vicenda: la paura rende ciechi e quindi non permette di contemplare con lucidità le verità del mondo e della vita. Il terzo elemento fondamentale è l’amore, che dà alla ragazza la forza necessaria per varcare i confini strettissimi del “conosciuto”. Shyamalan costruisce il film in maniera formidabile, facendo subito intuire - al di là del colpo di scena finale che ribalta il punto di vista come già nel Sesto senso e in Unbreakable - come la comunità fondata sulla politica dello “shock and awe” sia menomata. Non solo metaforicamente (la cecità di prima), ma esplicitamente. I “padri” hanno perso un affetto in modo violento e non sono riusciti e elaborare il lutto (la prima inquadratura del film mostra dall’alto Brendan Gleeson riverso su una bara). I “figli”, invece, sono senza sguardo (Ivy), senza parole (Lucius), senza senno (Noah-Adrien Brody)... Lavorando con lentezza nella messa in scena, ispirandosi a livello di immaginario al gotico americano, a Cime tempestose e alle fiabe dei fratelli Grimm, Shyamalan racconta allora un’America oscura, ferita e assoggettata. Soprattutto per colpa di se stessa.


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