Opinione di AIDES su Ferro 3. La casa vuota
Con Hee Jae, Seung-yeon Lee
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Il cinema andrebbe soprattutto ascoltato, quando è voce del silenzio e riflessione dello (sullo) sguardo. La verosimiglianza, la logica, la consequenzialità non sono sue coordinate specifiche affatto. Tantomeno di questo film sincero (a tratti d'un ingenuità che ne impreziosirebbe anche i presunti difetti di maniera, che a me non risultano), delicato e intenso, tutto incentrato sull'ineffabilità, la malinconia, la bellezza dell'assenza di ciò che è presente e della presenza di ciò che è assente, sospeso tra riferimenti sociali reali e l'impronta della favola e dell'irrealtà. La realtà viene spesso "fuggita", quasi schernita, come filtrata da un processo di interiorizzazione: dalla violenza ecceduta nel gioco (e viceversa), dalle improbabilità narrative, dalla rarefazione di identità e psicologie, dai trucchi espressivi, dall'evanescenza del protagonista, eppure mantiene concretezza nella sua immanenza coatta, volgare, invadente a scapito del bisogno di essenza e calore di due anime violate. L'opera potrebbe riassumersi in tale concetto: ciò che ci circonda afferma la sua esistenza, ma non il suo essere. I dettagli acquisiscono grandezza e profondità nell'istante e nel ricordo, imponendosi sulla piattezza quotidiana ed esistenziale, lo sguardo è citato ripetutamente, mediato da mezzi tecnologici, concentrato in sineddoche diegetica grafica e fotografica, impersonato in lunghe soggettive, rimandato alla propria matrice organica (l'occhio, spesso inquadrato in dettaglio), come a significare l'ambiguità e la riscoperta dell'esperienza sensoriale. Infine la parola, che compare quando più è inutile, compreso il messaggio finale (che sa di contraddizione voluta), mostrando la sua (reale e cinematografica) inadeguatezza all'espressione dell'invisibile, della verità di ciò che più si nega alla comprensione, ossia la purezza e la profondità del sentimento. In tal caso, ben più veri e immediati appaiono i gesti, gli sguardi, le urla, e soprattutto i sorrisi, tanto più preziosi quando rari. Dai dettagli a quest'ultimi tutto conferma il legame dell'anima al mondo, ma anche quanto, dentro di esso, dietro i suoi elementi, essa debba e possa trovare la sua necessaria libertà, la sua leggerezza. L'ultima scena è di una bellezza rivelatrice, corpo e ombra si cercano e si toccano, si prendono la mano, inevitabilmente. Film intensamente umano, prima di tutto.
Commenti
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2 febbraio 2010, 19:45 di cantautoredelnulla
Kim Ki-Duk sa far parlare le immagini ancor meglio delle parole, sono d'accordo. E forse questa è la più grande potenza del cinema. Ancor più che la parola, l'immagine media il messaggio, esattamente come avviene nell'astrattismo. Ho riflettuto di recente sul senso di questo film, su come i personaggi sembrano privi di una propria identità e sull'annullamento apparente di se stessi che può nascondere la ricerca dell'essenza non per mezzo della ragione, ma dei sensi, cioè dei sentimenti. Annullarsi fino a diventare ombra per diventare vera vita.
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