Christmas in Love - La recensione di FilmTv
Con Danny DeVito, Christian De Sica, Massimo Boldi, Sabrina Ferilli, Anna Maria Barbera
La recensione di FilmTv
Neri Parenti & C. tentano il salto dal trash natalizio al cinema per famiglie. Un tonfo senza paracadute
Sposando in pieno le nuove norme sulla pubblicità indiretta nei film, i primi minuti di Christmas in Love sono farciti con almeno una decina di spottini occulti. Nel frattempo, parte la storia del “panettone” 2004, ambientato a Gstaad. Boldi ha la solita figlia in età da marito, solo che stavolta lui sta con una siberiana di lei coetanea. La figlia gli si presenta con il fidanzato Danny De Vito, ma è tutta una finta per fargli prendere coscienza. De Sica e la Ferilli sono due chirurghi plastici divorziati che si incontrano insieme ai nuovi consorti, e si re-innamorano come nelle commedie del “rimatrimonio” degli anni ’30 e ‘40. Anna Maria Barbera vince una gita premio con il suo idolo di Beautiful, Ron Moss. Piccole pochades di cent’anni fa, insomma, senza nemmeno il minimo furbesco rispecchiamento del (peggio del) presente. L’ambientazione in albergo innevato è puro telefoni bianchi, si cerca di evitare il trash e in cambio non si dà nient’altro. Tutto alla fine è stucchevole e curiosamente “per famiglie”. Più ricco e curato dei panettoni precedenti, Christmas però incassa così così: i distributori, che hanno capito l’antifona, puntano sulla provincia e le periferie. I più divertenti sono probabilmente De Sica e la Ferilli, di truce meta-cafonaggine (lui la apostrofa “burina de Fiano”, che è il vero luogo di provenienza della Sabrinona). Boldi, apprezzabile quando si immolava senza pietà facendosi marchiare a fuoco (Fratelli d’Italia) o rimanendo con il glande incastrato nelle portiere delle auto (Merry Christmas), è fiacco nelle vesti di papà affettuoso e geloso da redimere. Danny DeVito, nella parte di un attore abituato a prepararsi le battute per bene, sembra inscenare la propria situazione di professionista americano in balorda trasferta (però ha comprato i diritti del remake Usa: boh). Il metacinema trionfa nel finale, che si ripete fornendo tre chiusure alternative con tanto di pellicola (anzi, nastro) che si riavvolge, roba che nemmeno Kieslowski, Funny Games o l’ultimo Woody Allen.
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