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Che pasticcio, Bridget Jones! - La recensione di FilmTv

[Bridget Jones: The Edge of Reason, 2004, durata 108']   Regia di Beeban Kidron
Con Renée Zellweger, Colin Firth, Hugh Grant, Gemma Jones, Jim Broadbent



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La recensione di FilmTv

di Emanuela Martini

Secondo capitolo delle avventure dell’adorabile single taglia 46. Meno scorrevole e rasserenante del primo, ma decisamente più interessante. Sempre brava la Zellweger

Il pasticcio più grave nel quale è andata a cacciarsi Bridget Jones (eroina sovrappeso e maldestra di schiere di single) non è tanto la sua nuova professione di reporter (che la costringe a buttarsi da un aereo senza il perfezionismo delle “stuntgirl” nostrane o a partire per la Thailandia senza quel minimo di furbizia che le consenta di star lontana dai guai), né l’accennato ritorno di fiamma per quel bastardo di Hugh Grant (che di Daniel Cleaver ha ormai fatto un’icona dell’egocentrica Londra blairiana). Il vero pasticcio è Mark Darcy, l’avvocato con il quale la troviamo finalmente fidanzata, che è affettuoso, innamorato, responsabile, ombroso quanto basta, ma ahimé appartiene a una classe infinitamente più alta della piccola borghesia dalla quale Bridget proviene. La loro storia d’amore perciò continua a scontrarsi con riti, miti e maniere diametralmente opposti, separati dalle invisibili ma incrollabili barriere di lingua e mimica che attraversano la società inglese. Se con i maglioni con le renne che le mamme regalano a Natale, o con gli abiti da giardinaggio, gli inglesi sembrano tutti uguali, in realtà bastano un accento, una parola, uno sguardo, perché si distinguano tra loro e immediatamente si collochino nei rispettivi confini. Darcy da una parte (quella, appunto, del Darcy di austeniana memoria) e Bridget dall’altra (delle migliaia di ragazze della City che hanno spasimato su quelle pagine e sugli sceneggiati BBC). Che pasticcio, Bridget Jones!, sotto sotto, racconta proprio questo: come fa una ragazza taglia 46 a sopravvivere tra silfidi cromosomicamente perfette, come si destreggia una pasticciona nel minimalismo raffinato e imperante, come può una piccolo borghese tenersi stretto uno snob altolocato. Per questo è un film molto meno rasserenante e comico del precedente, con un’eroina di una goffaggine talmente disastrosa da rendere alquanto duro (e altamente autocritico) ogni processo di identificazione. Meno brillante e scorrevole (ma forse più interessante) del primo film, prelude al terzo capitolo della storia di Bridget: Helen Fielding non l’ha ancora dato alle stampe, ma già si dice in giro che sia molto più cattivo e aspro dei due precedenti.


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