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Opinione di OGM su Un condannato a morte è fuggito

[Un condamné à mort s'est échappé, Francia 1956, Drammatico, durata 95', b/n]   Regia di Robert Bresson
Con François Leterrier, Roland Monod, Charles Le Clainche




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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28/06/2010 voto al film: voto ottimo

Sul film

I personaggi di Robert Bresson aderiscono con rigore e disciplina al loro progetto esistenziale, a dispetto delle condizioni avverse. Le poche risorse a loro disposizione sono gli strumenti con cui il destino indica loro laconicamente la via da seguire. La strada più difficile ed illogica è, biblicamente, quella giusta, sia che si tratti di rassegnarsi a diventare un borseggiatore (Pickpocket),  farsi portatore della parola di Dio in un ambiente insensibile e profano (Il diario di un curato di campagna) oppure, come, in questo film, evadere da una prigione militare in tempo di guerra.  La sfida impossibile richiede, come prerequisiti irrinunciabili, la pazienza e la lungimiranza: chi opera con cura e determinazione attira su di sé il favore della sorte, perché lo Spirito alberga là dove l’impegno e la speranza trasformano la sofferenza in una prova a cui sottoporre la propria umanità. Il passaggio angusto che conduce al paradiso è l’intaglio eseguito con un cucchiaio tra le assi di una porta, o lo stretto cono d’ombra al riparo dai fari delle torri di sorveglianza. Il percorso verso la salvezza si snoda in mezzo agli angoli dimenticati dal mondo, tra le piccole pieghe oscure della realtà, dove chi ha lo sguardo troppo altero non arriva mai a posare gli occhi. In questo senso, la protervia degli aguzzini è ottusità e ignoranza: è l’atteggiamento scontato e superficiale di chi, in un letto, vede solo un letto, e non una fonte di tessuto e metallo con cui intrecciare una lunga e robustissima corda. La violenza colpisce grossolanamente, a calci, pugni, e scariche di mitra, e nulla può contro l’acume dell’ingegno, che cova nell’invisibilità e nel silenzio, seguendo criteri del tutto estranei alle convenzioni. Sopravvivere e combattere significa allora mantenere alto il valore della propria ragione individuale, ossia continuare a coltivare la propria capacità di pensare diversamente dalla massa: e, in questo senso, molto più della dissidenza politica o morale, conta la libertà di immaginare e di creare, per sé e la propria vita, soluzioni originali e indipendenti da ciò che gli altri credono e si aspettano. Questa è la volontà di Dio, quel vento che soffia dove vuole, e non si sa da dove provenga, e si manifesta, nell’anima di ognuno, quando ci si affida ciecamente ai segnali che appaiono sul proprio cammino, e si va avanti con fiducia, senza mai fermarsi per voltarsi indietro.


SI

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