Opinione di AIDES su Cannibal Holocaust
Con Francesca Ciardi, Luca Barbareschi, Robert Kermann, Lucia Costantini
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Sul film
Sono dell’idea, istintiva e maligna, che dinanzi a tale (a tali) film, impallidisca gran parte della produzione attuale del cinema italiano. Non per via di qualità estetiche, ma per ragioni culturali, e sottilmente morali. Cannibal holocaust è un capitolo torbido, sporco, grezzo e ripugnante, ma soprattutto, barbaro e barbarico del mondo-celluloide, del Mondo-incubo. E’ questa cattiveria la sua impronta, nel bene e nel male, che lo distingue all’interno di una tradizione cinematografica nazionale troppo e stancamente votata all’istituzionalità, a forme canoniche di confezionamento e fruizione. Non siamo di fronte ad un’operazione intrisa di ipocrisia, ma, al contrario, insidiosamente vera, dato che tale film, in realtà, non ha maschere e si esibisce in tutta la sua deformità. Mentre il regno della celluloide si culla su sofisticazioni decerebrali, marketing, arido spettacolo e patine mondane, vi è tutto un filone di opere fuori tracciato, di artisti o artigiani destabilizzanti che, viene da dire, “usano” la cinepresa come un’ ascia (o come una lira- mentre comunemente essa non né poesia né terrore, è solo una cinepresa appunto). Deodato non è un regista di spicco, ma con quest’opera ha lasciato un marchio incandescente: quello di un cinema che si nutre di rabbia e forza, e malattia.
La definizione di “horror neorealista” per questo film è piuttosto impropria, ben più gli si addice quella di “orrore reale”. In tal senso la pellicola è estremamente efficace e incisiva, per lo più grazie all’uso della soggettiva (mediata da protesi tecnologiche o diretta) come modalità dominante di visione e rappresentazione, ad altri espedienti quali l’usura della pellicola, l’alternanza nella diegèsi tra la realtà e la sua riproduzione (documentaristica). E, non da ultimo, tramite il massacro autentico di alcuni esemplari animali che, indubbiamente, da un lato insinua nell’intera operazione l’aura di verità stile snuff movie, dall’altro ha l’effetto di rendere ancora più allucinante questo percorso nel meandro ambiguo della follia umana.
E dunque Cannibal holocaust altro non è che la presentazione estrema della violenza e della perversione a vari livelli, a tal punto che il film stesso ne viene sconvolto e pervaso, in uno di quei casi in cui la forma vacilla e il “contenuto” è tensione, forza stessa deformatrice del prodotto. Per questo il film ha generato infinite controversie e risulta tutt’ora di difficile inquadramento, ed è un caso di primo piano in campo cinematografico di “cortocircuito intellettuale”, come gesto estremo in cui destinatore e destinatario della condanna morale e storica sono in fondo la medesima entità e sul medesimo piano, senza possibilità di salvezza, di soluzione razionale, di scappatoia consolatrice. Il risultato di questa deriva è un film scisso, che ha in ciò la sua debolezza tanto quanto la sua forza inquietante. Propone la sua morale risaputa (ma spesso risaputa con ipocrisia), per poi darsi dunque a forme discutibili di “immoralità” (le sevizie sugli animali), cade nel voyeurismo (in particolare, indugiando sul penoso massacro della testuggine gigante) per accusare lo sguardo, la cinepresa e la barbara cultura di cui è “soggettiva” (e il film rimane osceno, insostenibile al grande occhio di massa..), cede a logiche spettacolari quando sbandiera la sua dura obiettività, tradisce un bieco sensazionalismo quando la normalità aberrante ne è già pregna, presenta scene gratuite mentre si distingue per crudezza e ritmo. Non vi è alcun piedistallo, alcuna superiorità dell'opera sullo spettatore, semmai lo scaturire del riflesso opposto, in una sorta di sadico e diabolico rovesciamento che sarà poi, per certi aspetti, di Funny Games, e che ha il merito di attirare, consciamente o inconsciamente, chi guarda nelle sabbie mobili della propria meschinità. A differenza di altri film del medesimo “genere”, non c’è spazio per il ridicolo, ma solo per una morbosa e radicale esibizione/denuncia della violenza istintiva, culturale, ideologica.
Dunque un film che ha la forza di scandalizzare il pubblico benpensante come quello più accorto (in un tempo di assuefazione all’orrore in cui quasi più nulla desta davvero scalpore), di spiazzare e sconvolgere come il cinema rarissimamente ha forza di fare. Per riuscire in ciò il film stesso “è perduto”, è maledetto, per la sua natura violenta a tutti i livelli e indubbiamente malsana. Cannibal holocaust, che ha il suo pregio nella brutalità eretica e il suo difetto in una certa volgarità di fondo (la morale finale ad es.), è un'opera sintomatica del malessere in un’epoca di insanità cronica e lacerante, una fetta orrenda di realtà comunicativa che si serve in modo cinico della menzogna (oltre che della finzione) per vomitare la sua verità sull’incubo storico. Del resto la natura ossimorica del titolo e della “dolce” colonna sonora di Riz Ortolani è soltanto una prima spia della congenita ambiguità di questa pellicola.
Film quasi sempre frettolosamente denigrato o venerato, solitamente e banalmente etichettato come “cult” o spazzatura, che andrebbe invece affrontato con lucidità e distacco, è dunque, in definitiva, un caso sconcertante di cinema di serie “B” proiettato oltre i generi, “minore” ma rilevante, nella sua feroce accusa alle aberrazioni occidentali e, al contempo, col suo carattere strumentale, un’efficace testimonianza del disfacimento barbaro ma “normale” (ormai accettato) e irreversibile del nostro tempo .
L’interesse del film è dunque, in senso lato e profondo, di tipo antropologico, non solo per quello che mostra, ma per ciò che è.
***½
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