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Opinione di Inside man su Fronte del porto

[On the Waterfront, USA 1954, Drammatico, durata 108', b/n]   Regia di Elia Kazan
Con Marlon Brando, Lee J. Cobb, Rod Steiger, Karl Malden, Eva Marie Saint




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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22/07/2009 voto al film: voto sufficiente

Sul film

Film maccartista. D'accordo, di grande fascino, ottimamente diretto ed interpretato, ma sempre di pellicola smaccatamente maccartista si tratta (per usare un paradosso, probabilmente è "la migliore" del genere), e questo aspetto non marginale pare sfuggire ai più. Fu realizzato nel 1954, storicamente l'ultimo dei virulenti anni della caccia alle streghe (dal "55 inizierà la lenta fine di quell'incubo illiberale), da Kazan e Schulberg in un momento delicatissimo della loro vita (erano simpatizzanti di sinistra, ergo pericolosi criminali comunisti negli Stati Uniti dell'epoca). Entrambi subivano da tempo pesantissime pressioni da parte della commissione d'inchiesta, e dopo il preannunciarsi di un'incriminazione (si rientrava nel reato di attività antiamericane e la condanna era pressochè automatica), avevano ceduto al ricatto, testimoniando contro amici e conoscenti (di analoghe passioni politiche), alfine di ottenere la "redenzione" patriottica. Immediatamente riabilitati, regista e sceneggiatore misero in lavorazione (con quale autonomia?) un film sulla storia di un portuale complice di una banda di delinquenti (i rossi!) dedita a dominare sotterraneamente il racket della manovalanza, opprimendo e taglieggiando la popolazione onesta, ed uccidendo chiunque fosse tentato di ribellarsi, e coinvolgendo in quel clima omertoso tutta la comunità, familiari compresi (il fratello). Poi ecco la morale della favola: grazie all'amore di una brava ragazza (il sogno americano ferito), all'appoggio della polizia federale (Governo e Commissione), ed all'aiuto di un prete coraggioso (la religione integerrima), Malloy (Brando) si ravvede ed arditamente denuncia il clan organizzato, facendolo condannare e subendo l'amaro contrappunto del disprezzo degli "ex-compagni", condito da alcune tremende vendette trasversali. Happy end di rito, grande successo di pubblico e critica, e pioggia di Oscar nel "55. Fra gli altri candidati c'era pure, non a caso, "L'ammutinamento del Caine" di Dmytryk, altro delatore "spontaneo" (precedentemente incarcerato) momentaneamente riaccettato dall'industria (vale la pena segnalare che chi non si piegò, vedi Polonsky e Wilson, fu estromesso per decenni, o costretto a lavorare sotto falso nome fino agli anni "70). Fronte del porto è in sostanza un film nient'affatto ambiguo, ma ideologicamente falsato dai condizionamenti delle autorità, limitato nelle scelte dalla follia collettiva della gran parte dell'opinione pubblica anni "50 (cui gli autori si uniformarono), profondamente scorretto nel messaggio sotteso (il becero conservatorismo come fucina dei valori fondanti della nazione; la giustificazione della delazione, da argomentare ovviamente ed inevitabilmente, proponendo il "nemico" come un avversario spietato, fuori dalla legge, spesso appartenente alla ristretta cerchia degli affetti). E' una lettura etico/critica in seguito abilmente ribaltata da molti (Kazan in primis), in base alle mutate convenienze della nuova situazione sociale statunitense, tuttavia, secondo il mio parere, da ricordare e rinvigorire in sede di valutazione generale. I sensi di colpa del regista trapariranno autenticamente in diverse opere successive (Splendore nell'erba, Il compromesso, I visitatori) e, pur fra alti e bassi, con una coerenza di contenuti e risultati nitidamente speculare a On the Waterfront.


SI

Commenti

  • 29 luglio 2009, 16:03 di steno79

    Ciao Inside man, molto interessante la tua analisi del film... Io a dire il vero lo valuterei un pò meglio, però quello che dici è innegabile, c'è una sorta di apologia della delazione legata alle esperienze personali del regista, e questo crea un'ambiguità in sede etica che in qualche modo gli nuoce e gli impedisce di essere quel capolavoro che altrimenti avrebbe potuto essere. Un altro difetto è la figura del prete di Karl Malden, piuttosto ridondante e retorica... Memorabile invece Brando, capace di creare un personaggio da antologia nonostante le limitazioni della trama e della sceneggiatura. Ti sarei grato se potessi indicarmi quali sono i tuoi film preferiti di questo regista, forse un pò sopravvalutato da alcuni e premiato generosamente dall'Academy in diverse occasioni, con 8 premi per questo film, 3 premi per Barriera invisibile e l'Oscar alla carriera. A mio parere i migliori sono Splendore nell'erba e Un tram che si chiama desiderio, anche se su quest'ultimo titolo c'è una disputa riguardo alla sua presunta eccessiva teatralità. Grazie per la risposta stefano

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  • 29 luglio 2009, 16:46 di spopola

    Caro Inside. Nonstante il suo "cedimento indecoroso", io amo molto il cinema di Kazan che tento di valutare senza tener conto di quel "fattaccio"... però sono altri i film che mi fannno a volte "sobbalzare". "Fronte del porto" è fra quelli che meno amo (ma non solo per le ragioni di carattere ideologico che anche tu hai così bene messo in luce). Semplicemente credo che il soggetto fosse meno nelle sue corde di altri. Kazan contrariamente a altri suoi colleghi anche dopo McCarty ha espresso col suo cinema momenti di estrema ppotenza (alcuni dei quali collocati proprio alla fine della sua carriera, come "Il compromesso", lo straordinario e autobiografico "Il ribelle dell'Anatolia" e il controverso "I visitatori".

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  • 3 agosto 2009, 16:02 di Inside man

    Apprezzo moltissimo i vs interventi integrativi e ringrazio entrambi. Kazan è autore sicuramente importante, sia per le novità tematiche insite nel suo cinema sia per il ragguardevole contributo teorico determinato dall'essere stato fra gli artefici e principale valorizzatore sul grande schermo, del metodo Stanislavskij (introdotto dall’Actor's Studio di Strasberg). Avendolo ampiamente apprezzato, questo episodico e tuttavia rilevante “cedimento” mi brucia particolarmente, senza per questo colpevolizzarlo minimamente a livello umano (insieme a Schulbergh, furono chiaramente vittime, fra le tante, di quell’assurdo e sotterraneo periodo autoritario). Le mie osservazioni si indirizzano soprattutto verso il film, ed a come viene spesso frettolosamente ben giudicato unicamente sulla base all'eccellente esito formale. Steno, per quanto riguarda le opere migliori di Kazan metterei sicuramente “Un tram che si chiama desiderio”, il magnifico “Splendore nell’erba”, “Il compromesso”, “Il ribelle dell’Anatolia”, e poi aggiungerei pure La valle dell’Eden, per cui ho sempre avuto un debole sin da ragazzino (il confronto/scontro tra padre e figlio ha sempre suscitato un particolare fascino durante la mia adolescenza :-) ). Un saluto.

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  • 1 settembre 2009, 19:44 di rebis

    Ottima contestualizzazione storico/politica! P.S.: Istruzioni per l'uso e controindicazioni correlate... :)

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  • 2 settembre 2009, 13:24 di Inside man

    :-)) Grazie rebis!

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  • 21 gennaio 2010, 23:02 di lontraG4

    trovo la tua recensione molto bene fatta e articolata tuttavia volevo sottolineare una svista credo enorme nella descrizione dell'azione: il taglieggiatori della brava gente come dici, non sono i "rossi", ma sono gangster che usavano il sindacato come copertura e il porto come fonte di guadagno, e che anzi con i "rossi"non aveva proprio niente a che fare. Vedi: "noi saremo tutto" di Valerio Evangelisti non proprio un romanzo storico, ma una grande e dettagliata descrizione della situazione dei sindacati e dei porti americani dell'epoca. ciao

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  • 22 gennaio 2010, 11:00 di Inside man

    Ti ringrazio per l'intervento lontra, tuttavia non si tratta di una svista, bensì dell'interpretazione di una metafora filmica abbastanza chiara, mi pare, concorde con quella di altri critici (e, non ultimi, diversi utenti qui sul sito), e nata dalla "contestualizzazione storico/politica" (cit. rebis) del film di Kazan. Una delle metafore della pellicola quindi, e, come le altre, frutto del coinvolgimento personale degli autori nella delicatissima e drammatica situazione sul fronte dei diritti democratici negli Stati Uniti dell'epoca. La tua è una scrupolosa lettura di primo livello, mentre la mia tenta di andare più in profondità; se sia più o meno corretta e condivisibile rimane ovviamente opinabile. Un saluto.

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