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Opinione di John Nada su Il gatto a nove code





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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26/01/2012 voto al film: voto buono

Sul film

James Franciscus/Carlo Giordani :- “Tu lo sai quante persone stanno facendo l'amore in questo preciso secondo?”
Catherine Spaak/Anna Terzi :-”No.”
Carlo Giordani :-”780 in ogni secondo. Davvero.”
[pausa]
Carlo Giordani :-”Non vorrei che fossimo proprio noi due a non contribuire alla media.”

“Il primo a farmi capire il peso che il contributo di un attore può avere in un film è stato Karl Malden, che ha lavorato con me ne “il Gatto a nove code”. E' un attore straordinario e una persona di grande spessore. Mi fece capire che un attore può aggiungere forza al personaggio di un film.”
Dario Argento

“Mio padre era andato in America per trattare la produzione e la vendita de “Il Gatto a nove code” e ha cominciato lì a fare il casting, tanto gli attori americani li conoscevo tutti. Mi chiese se andava bene Karl Malden e io ovviamente dissi: ”Benissimo”. Era un attore eccezionale ed era molto contento di venire in Italia”.
Dario Argento

“Il Gatto a nove code”, “The Cat o'Nine Tails” secondo il titolo inglese per il mercato internazionale, è il secondo thriller della “Trilogia zoologica”, e seguente al grande successo internazionale “L'Uccello dalle piume di cristallo".
Grazie all'affermazione commerciale negli Stati Uniti del primo film, Argento per questa sua seconda prova ottenne una coproduzione con gli americani, che gli dettero James Franciscus e Karl Malden per i ruoli principali. Con questo film Argento si delineò come una delle figure più importanti ed emblematiche del giallo e del thriller cinematografico, ad appena 31 anni, avendo contribuito enormemente a rinnovarlo e a influenzarlo. Da lui stesso per lunghi anni considerato come il suo film meno sentito e personale, è invece, oggi indubitalmente, una grande opera e allo stesso tempo un film di grande atmosfera e tensione. Avendo avuto praticamente carta bianca dai co-produttori americani dopo i contrasti con Goffredo Lombardo della Titanus avuti al primo film, Argento si vide però un poco costretto a realizzare un film anche di concezione “più all'americana” date le mutate condizioni produttive e di distribuzione. Sarà anche per questo che il thriller che è venuto fuori ha una struttura più classica ma un'idea di partenza assai originale e precorritrice, e per l'epoca con un solido fondamento di ricerca scientifica, dato che l'intrigo si poggia sulla genetica. In particolare, sulle possibili origini dei comportamenti criminali (soggetto che è sempre attuale), soggetto che presso l'appassionato dei thriller italiani e argentiani in particolare ha sempre esercitato una forte attrattiva. Lo stesso, l'idea da un lato già determina la partenza di Argento dal giallo-thriller per approdare nei territori del fantastico e dell'horror, proprio con il fantomatico cromosoma XYY che determinerebbe la naturale predisposizione a delinquere negli individui che lo presentano . Ci sono molte scene in questo film che mostrano già l'altissimo potenziale dello stile visivo di Argento quale diventerà nei film successivi, quelli apertamente horror e fantastici. All'inizio della storia vediamo il Sig. Franco Arnò (Karl Malden), un uomo cieco a seguito di un incidente, ex giornalista adesso di professione enigmista per i giornali, che sta camminando lungo una strada di sera accompagnato dalla sua piccola nipote Lori (l'allora undicenne Cinzia De Carolis). Casualmente, nei pressi dell'Istituto Terzi per le Ricerche Genetiche, oltrepassata una Fulvia rossa parcheggiata, sentono i due uomini seduti dentro parlare apparentemente di un segreto che uno dei due non vuole assolutamente venga rivelato. Franco chiede a Lori di descrivergli l'uomo che stava parlando. Ella gli dice di aver potuto sentire distintamente solo una parola, “deve rimanere Segreto”. La mattina seguente la bambina riconosce nella foto su un giornale l'uomo che era nell'automobile. E' stato ucciso in quello che è sembrato essere un incidente nella stazione Termini di Roma. Solo successivamente sapremo che questo è già il secondo omicidio dalla notte prima, e si è ancora tentato di tenerlo nascosto. Adesso è diventato importantissimo cercare di capire chi era l'altro uomo seduto nella macchina, e che cos'è quell'informazione che diceva di voler tenere segreta.
Arnò si allea con il giornalista Carlo Giordani (James Franciscus, bravo attore americano attivo anche nel cinema di genere italiano, ex-controfigura e amico di Charlton Heston che lo fece esordire protagonista ne “L'Altra faccia del pianeta delle scimmie”[Beneath the Planet of the Apes][Usa'70] di Ted Post, biondo e di gran bell'aspetto alla Robert Redford, scomparso prematuramente a 57 anni) per investigare sugli omicidi, e grazie proprio ad un'intuizione di Arnò può essere svelato che anche la seconda morte si tratta di un omicidio, tant'è che pure il fotografo che ha scattato la foto viene poco dopo ucciso. La sventura di essere sempre un passo indietro rispetto all'assassino, che invece riesce sempre a eliminare ogni potenziale testimone o informatore, è una raccapricciante sfida al raggiungimento dell'oscuro segreto che si cela dietro questi orrendi omicidi. Da questo punto in poi è meglio mantenere l'interesse per chi ancora non avesse visto il film non rischiando inutili spoiler della trama. Il film segna proprio il tentativo di realizzare un thriller hitchcockiano ancora più del precedente, caratterizzando ancora più personaggi e sottotrame secondarie che nel precedente film, e chiunque di quelli che hanno sempre criticato lo stile e le trame di Argento di veder questo film, che mantiene costante la tensione dello spettatore fino all'ultimo. Certo, forse è uno dei film argentiani in cui la trama è maggiormente imperfetta, Ma è uno dei film più coerenti stilisticamente e piacevoli che si possano vedere dell'intera filmografia di Argento. I personaggi sono ben sviluppati, e in particolare tra i protagonisti Franciscus/Giordani e Arnò/Malden c'è un'ottima chimica. La storia è facile da seguire e molto interessante, l'azione è eccellente, tra i vertici dell'intero cinema argentiano, mantiene come già detto l'attenzione in maniera estremamente riuscita, basta andare a rivedere gli ultimi dieci minuti di film che sono veramente straordinari, con una delle lotte più selvagge, feroci e insistite della storia del cinema italiano di genere. A livello visivo poi, e come non aspettarselo da un film di Argento, è bellissimo. I colori sono vividi e saltano agli occhi come ci si aspetterebbe, ma quello che si nota maggiormente sono anche le inquadrature sempre interessanti e mai prevedibili, i movimenti di macchina eccezionali. Alcune delle riprese aggrediscono il pubblico, per come sono state strutturate (ad angoli dispari) o come la cinepresa segua sempre tutte le torsioni di soggettiva che compie l'assassino per rivelare soltanto ciò che Argento vuole che tu veda. Perché questo era lo stile unico di Argento nella ripresa, impressionante, ma senza mai cadere nel confuso o nell'incoerente. Strepitosa, la sequenza della morte di Carlo Alighiero/Calabresi alla stazione Termini quando viene spinto sotto le ruote di un treno in arrivo, che sta portando una stellina attesa da un gruppo di paparazzi in cerca di “gossip” come si direbbe oggi con quell'insulso termine, uno dei quali Righetto il fotografo/Vittorio Congia, documenterà invece l'assassinio svelandolo invece dell'incidente che sembrava dal principio, per il dettaglio di una mano che si intravede al bordo sinistro della fotografia. La mano dell'assassino che ha spinto giù la vittima. Sequenza realizzata mirabilmente con un passaggio da sinistra a destra proprio alla caduta di Alighiero, girata che ancora oggi lascia a bocca aperta, tanto sembra davvero che il treno stia per travolgerlo, addirittura con il dettaglio dello spuntone del treno che lo colpisce in piena faccia facendolo sboccare di sangue. Sequenza conclusa con la folgorante battuta di Righetto, rivolta alla divetta che inconsapevole della tragedia appena accaduta, sta scendendo dalla scaletta del vagone con ampi sorrisi e risa ai fotografi accorsi da lei con i flash...:-”Ridi ridi a'stronza, che c'è morto uno sotto ar treno tuo.”

“Volevo fare un un film un po' diverso da “L'Uccello dalle piume di cristallo”, non volevo ripetermi. Credo di aver fatto un film un po' all'americana, con attori protagonisti americani, ispirato a quei film di detection tipicamente americani. Forse proprio per questo motivo non ne rimasi molto soddisfatto, forse oggi ritornerei sul mio giudizio, ma penso che certi dialoghi e certi personaggi abbiamo tradito un po' il mio stile. Certo ci sono anche momenti tipicamente argentiani, a tal proposito trovo che la sequenza del cimitero è molto bella, sorprendente, ironica. Con questa sequenza ho inaugurato la serie di quelle che io chiamo “sequenze lunghe”, ovvero scene che durano anche mezz'ora, costruite alla perfezione, con lunghi crescendo... Ricordo con molto piacere Karl Malden, un uomo stupendo, un grande attore, educato, che aveva bene in mente come recitare la parte dell'enigmista cieco. Quando terminò il film non riuscii a trattenere la commozione.”
Dario Argento in Fabio Maiello, Intervista a Dario Argento. L'occhio che uccide, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1996, p.17. Riportata anche nel bel libro fotografico “Tagli il cinema di Dario Argento” a cura di Domenico Monetti e Luca Pallanch, edito dai Quaderni del Centro Sperimentale di Cinematografia e dalla Fondazione Nuovo Cinema Pesaro.
Ho riportato queste dichiarazioni su “The Cat...” estrapolate da un'interessante intervista ad Argento, perché da lui stesso ci viene detto come “The Cat...” è un film diverso ma anche obbligato in ogni percorso della filmografia di Argento, ma è anche uno dei suoi film meglio scritti checché se ne dica, sarà anche per questa sua attenzione alla scrittura dei caratteri e dei personaggi, delle loro battute, che viene a torto da molti considerato come uno dei film meno personali e caratterizzati stilisticamente del regista romano. Soltanto perché -apparentemente- segua più “classicamente” i binari e le convenzioni classiche del racconto giallo a matrice poliziesca. E purtuttavia, l'estrosità e l'inventiva del regista ne fanno prepotentemente un film memorabile sotto il punto di vista visivo e della struttura stessa per singole sequenze, ben lontane da qualsiasi convenzione di fattura di film del genere allora vista in Italia. Questo determina comunque la riconoscibilità e l'originalità dello stile di Argento, talmente personale da smarcarsi persino delle evidenti influenze e fascinazioni omaggianti e citazionistiche dell'amato cinema di Hitchcock e Fritz Lang, dei quali rimangono evidenti i debiti stilistici dell'illuminazione e della gamma cromatica, ma rimodellati alle necessità e allo stile proprio del cinema di genere italiano, influenzato e debitore dell'eredità tramandata da forti personalità creative come quelle della tradizione impartita da Mario Bava. Di questo sono manifeste le varie esagerate ed “eccessive” sequenze di omicidio (tutte bellissime, tra le più belle in assoluto della sua intera filmografia, sia detto per inciso, basti ricordare oltre alla già citata famosa, morte del personaggio di Alighiero sotto al treno, quella dell'annientamento di Rada Rassimov/Bianca Merusi-sorella di Ivan- in casa sua), la straordinaria, inquietante e spaventosa come poche altre, sequenza notturna al cimitero e poi nella cappella dei Merusi, la strepitosa lotta e caccia finale all'assassino, la morte finale “pirotecnica” come la sua trovata di non sveliamo chi, anche se non dovrebbe ancora per molti essere un'importante spoiler... La musica stupenda di Ennio Morricone, con quel tema di Arnò e Lori, ”Ninna nanna in blu”, giustamente famosissimo e ricordato nella sua malinconica dolcezza, come uno dei più belli scritti da Morricone in quei primi anni '70. Strepitosi sono anche tutti gli effetti visivi e di montaggio, qui iniziano anche i macropiani della pupilla dell'assassino, un uso sapientissimo come non mai prima di allora nel cinema italiano della soggettiva, e anche smodato, degli effetti sonori -entusiasmanti-, si vada anche lì a rivedersi tutto il finale con la voce di Lori che chiama Arnò nel finale, dopo quell'indimenticabile suono di sfrigolio sulle corde metalliche dell'ascensore e quel terrificante tonfo finale. Ma anche di grande stile è la costruzione frammentaria stranamente affine al coevo “Frammenti di paura”(Fragment of Fear)(G.B./Usa'71) di Richard C.Sarafian, con David Hemmings e Gayle Hunnicut. Film che comunque Argento aveva visto e aveva avuto modo di apprezzare come thriller, tant'è che ancor più che per “Blow Up”('66) di Antonioni si convinse che poteva essere davvero David Hemmings il protagonista di “Profondo Rosso” dopo averlo visto nell'angoscioso e allucinato thriller di Sarafian, frammentarietà programmatica come detto, a costruzione dell'intero film come le indagini a puzzle delle sue trame e delle modalità degli assassini. E' questo che fa la differenza, uno stile al contempo che ha saputo essere commerciale riuscendo pure originale, e anche quando la storia la trama di “The Cat...” non è così coerente ed equilibrata, il film esce sempre grazie alla sua fattura da quelle che sono le apparenti convenzioni del genere. E Argento all'epoca delle convenzioni se n'era sempre infischiato.

In una delle lapidi che si scorgono nella lunga sequenza del cimitero c'è scritto sopra il nome “Argento”.

Un tempo, era nei giudizi di Argento il film della sua intera filmografia che sentiva meno riuscito. Oggi fortunatamente, è mutato molto il suo giudizio. Di tutti i suoi film invece, almeno in Italia, è stato il titolo di maggior successo all'epoca delle prime storiche vhs della CHV Creazioni Home Video di Milano.

Per amor di verità, il noto "eXXagon's reXtricted", sito italiano di cinema di genere e horror fantasy thriller ecc., in una scheda al film è scritto che Catherine Spaak, nel film più per ragioni imposte di produzione che per altro, è uno dei veri punti deboli della pellicola, che tra le altre cose si sarebbe dovuta spogliare completamente in una scena per esigenze di ruolo ma non volle, arrivando solo a mostrare i seni dinanzi a Giordani, e facendo vedere “uno dei più brutti seni che mi sia mai capitato di vedere al cinema”... Ora, non so a cosa sarà abituato l'estensore della riga suddetta, ma la Spaak splendidamente abbigliata da Carlo Leva e Luca Sabatelli nel personaggio di Anna Terzi, figlia del Prof. Fulvio Terzi (interpretato dal grande Tino Carraro), è una topa da paura e i suoi seni sono da sturbo. Senza bisogno di quarte quinte seste o settime siliconate.

Menzione di merito ad Aldo Reggiani (Dr.Casoni), incisivo come sempre, attivo più che altro come doppiatore di Jeremy Irons in alcuni film e attore teatrale, all'epoca lanciato presso il grande pubblico perché protagonista insieme a Loretta Goggi, nel ruolo di Dick Shelton dello sceneggiato di successo “La Freccia nera”('68). Veramente memorabile incisivamente nevrotico, nel lungo parterre di personaggi argentiani.


SI

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