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Romanzo criminale - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Aldo Fittante

Il film italiano più atteso della stagione mantiene sostanzialmente le promesse. Con qualche riserva

C’era una volta in italia. Max, noodles e cockeye diventano il libanese, il freddo e il dandi. «Favole, solo favole», risponde il Freddo al commissario Scialoja durante un duro interrogatorio. Ma loro (e noi) sappiamo che favole non solo. Dal tomone di De Cataldo, Placido - in collaborazione con Rulli & Petraglia e dello stesso autore del libro - sceglie dalla straripante mole di materiale vero e falso di Romanzo criminale (una gang di periferia conquista in breve tempo il controllo dei malaffari della Capitale) chissà se inconsciamente o meno, di ripercorrere l’escamotage narrativo del Sergio Leone di C’era una volta in America. Ragazzini già sulla strada della malavita che, crescendo, fortificano il loro legame fino a perdersi e a perdere il controllo delle loro vite e delle conseguenti, tragiche situazioni. Diciamo subito che il film mantiene sostanzialmente le attese promesse: la regia inserisce nel plot leoniano il ritmo del poliziesco all’italiana anni ‘70, creando uno stile originale che conferma le doti di Placido (che si ritaglia un cameo) dietro alla macchina da presa; mentre la straordinaria fotografia di Luca Bigazzi assomiglia a un incubo, calata in un buio asfissiante, con la cinepresa attaccata ai corpi dei molteplici protagonisti che non dà tregua e non concede aria (tra l’altro, un’ottima scorciatoia per evitare costosissime ricostruzioni d’epoca): un buio che si fa luce solo nella sequenza finale, a sottolineare una liberazione che non può che passare attraverso la morte degli ex bambini della Magliana. All’attivo anche una colonna sonora che accumula emozioni grazie a un repertorio che spazia da Io ho in mente te degli Equipe 84 alla versione targata Giorgia di I Heard It Through the Grapevine passando per la Bambola di Patty Pravo e il doppio Califano di Tutto il resto è noia e M’innamoro de te. E un cast pressoché perfetto, con Favino una spanna sopra una media comunque alta. Ciò sul quale bisogna stare attenti non è tanto l’impianto idelogico, ma l’uso del materiale di repertorio, che confonde ancora di più gli intrecci. Un po’ quello che accade con i programmi televisivi alla Carlo Lucarelli: a furia di trasformare in fiction stragi e ammazzamenti, si finisce col credere che non siano accaduti. Che siano, per l’appunto, film. I racconti del Libanese, del Freddo, del Dandi, del Sorcio e degli altri protagonisti di quest’incredibile pagina italiana, sono talmente e (in)direttamente già carichi di Storia, che averli mischiati con Moro o i Mondiali dell’82 li ha al contempo appesantiti e scarnificati.


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