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Opinione di vincenzo carboni su L'amante

[Les choses de la vie, Francia 1970, Drammatico, durata 89']   Regia di Claude Sautet
Con Michel Piccoli, Romy Schneider, Lea Massari, Gérard Lartigau




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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18/11/2011 voto al film: voto ottimo

Sul film

Se si potesse procedere in avanti tornando indietro, la vita prenderebbe a modello questo film di Sautet, così esitante nel soffermarsi sui momenti di una esistenza tanto da accelerare di colpo e poi frenare proprio come su un’auto. Gilles Deleuze ha scritto del divenire come di un farsi grande e piccolo simultaneamente in modo da schivare sempre il presente, schivare sè stessi e l'altro in un incontro-scontro paventato che rimanda forse ad una fuga perenne, senza sapere da cosa. Siamo portati via sulla strada come in un imbuto dentro la strozzatura di una bottiglia. L’immagine della ruota bloccata e poi lasciata scivolare sull’asfalto l’attimo prima dell’impatto, rivela il momento in cui sappiamo di non poterci più fermare: non ci resta che accompagnare il movimento dell’esistenza e tentare di schivare l’ostacolo in velocità, continuando a viaggiare. Il viaggio –appunto- è solo un pretesto per prendere le distanze dall'oggetto d'amore, un viaggio che -naturalmente- non porterà da nessuna parte. Perfino un viaggio che non verrà mai fatto (il viaggio d'affari in Tunisia con Romy Shneider/Helene) permette a Piccoli/Pierre di indugiare su un momento della sua vita, come al palo di un Gran Premio, in attesa di scaricare i cavalli sull'asfalto (ma in che senso? Avanti? A ritroso?). Le donne intanto osservano le vite degli amanti, al telefono, in attesa di uno squillo, di una lettera che non verrà spedita. La moglie –Catherine- osserva divertita e orgogliosa Pierre mandare al diavolo un grigio burocrate. Vuole mettere i garage a vista sotto le finestre, le finestre di un caseggiato progettato dal suo ex marito. Sotto le finestre –urla Pierre- la gente vedrà giardini, e fiori, e vita (un presagio dell’auto come guscio sepolcrale?). Catherine sorride come se Pierre ancora fosse suo, se ancora potesse farlo suo. Un uomo da solo non può essere artefice del proprio progetto, per quanto bello sia (è così anche con il progetto-film, vero Sautet?). Ma è questo rigore morale di Pierre ad essere tenero, fragile come un corpo fragile contro un ostacolo. Questo girare a vuoto intorno alla ricerca di un centro nella vita di un uomo (un figlio, la famiglia, una moglie, un'amante che forse è qualcosa di più o di meno, un lavoro da raggiungere lontano...) porterà Pierre ad accelerare sempre più il movimento verso un centro –questo davvero ‘centro’ in quanto impatto, in quanto morte/impatto- che si rivela reale e illusorio allo stesso tempo, per quanto illusoria sia la perenne fiducia che ci sostiene –e non potrebbe essere altrimenti- a schivare la morte, e che ci fa credere –bontà nostra- immortali (Flaiano docet: “la nostra salvezza di uomini è crederci immortali”). Pierre disteso a terra raccoglie le memorie in un ultimo afflato di vita, ricompone i pezzi degli affetti, tranne l’ultimo. Sarebbe bello pensare che qualcuno completerà una intenzione interrotta seppure in maniera capovolta, darà movimento allo slancio ultimo seppure fragile, seppure al colmo del respiro. Ma è come quando si spinge un auto in panne sulla strada senza la speranza che qualcuno venga a soccorrerci. L’auto, appunto; la coprotagonista del film: una Alfa Romeo Giulietta Sprint il cui riverbero d’argento della scocca al riflesso del sole fa pensare ai capelli biondi di una donna sollevati dal vento. E’ una donna. Forse un utero di una donna: dentro il quale nascere, affannarsi, perdersi, dentro il quale morire.


SI

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