Opinione di Snaporaz68 su Black Dahlia
Con Josh Hartnett, Scarlett Johansson, Hilary Swank, Aaron Eckhart
- negative [45]
- sufficienti [39]
- positive [55]
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Sul film
DARK SIDE OF THE MEN
Dopo anni di ricerca ossessiva al limite con la sperimentazione d’avanguardia, dopo capriole visive fatte di lunghi piani sequenza e split screen, De Palma approda al capolavoro della sua maturità e firma un bellissimo e struggente apologo sulla triste allegria di tanti piccoli Pierrot disarticolati e tranciati a metà da un mondo outside terribile e ingannatore. Lasciate perdere il romanzo di James Ellroy, è solo un pretesto del nostro genio di Newark per sviluppare la sua poetica e la sua particolare visione della vita. De Palma riprende l’amato tema del doppio e lo scompone prima in un apparente trio, il Fuoco, il Ghiaccio e l’angelo biondo poi lo seziona in tanti piccoli doppioni che sono le due sorelle (Sisters), le due attrici sosia una dell’altra (due angeli neri?), il rapporto incestuoso padre figlia, le due amanti, i due pugili, il rapporto moglie alcolizzata e marito cinico e depravato. E ancora il bianco e il nero che si inseguono magistralmente in una fotografia virata seppia (del grande Vilgos Zsigmond) che esalta le scenografie bulgare di Dante Ferretti. Il bianco delle divise dei marinai e il nero dell’uniforme dei poliziotti che si scatenano in una rissa che ricorda i duelli degli Intoccabili. Il bianco e nero dei provini di Elizabeth Short, una delle parti più intense e liriche del film, in cui assistiamo alla progressiva perdita delle illusioni e al viale del tramonto precoce di una aspirante attrice nell’outside tentatore di Hollywood (un poco la parabola di Naomi Watts in Mulholland Drive senza le divagazioni oniriche ma con la esaltazione del dark side of the men). Stupende le lacrime di Elizabeth Short (bravissima Mia Kirshner) accompagnate da un sorriso amarissimo e arrendevole con la frase epitaffio “Dicono che sono fotogenica”. La smorfia di dolore che appare sul viso della ingenua attrice contrasta con il patetico tentativo di darsi un contegno. A De Palma non era mai interessato approfondire la psicologia dei personaggi, volutamente certi suoi protagonisti (penso a Tom Cruise di M:I ma anche all’Elliot Ness dei quadretti familiari de “Gli Intoccabili) sembravano avere la consistenza del sogno, ed essere leggeri, invisibili e trasparenti (per potere rinascere dalle proprie ceneri).
In questo film tralascia le giravolte della mdp e i fuochi d‘artificio e si mette a delineare due doppi, uno lo specchio dell’altro. Si tratta del detective The Ice e della povera Black Dahlia. I primi piani insistiti di BDP su Joshua Hartnett mentre da perfetto vojeur ammira la propria controfigura femminile, Elizabeth Hurth discendere nell’inferno, sono davvero eccezionali. Per la prima volta nella filmografia De Palmiana, il guardone acquista la consapevolezza che quella che è rappresentata davanti ai suoi occhi, in un bianco e nero spettrale, non è che la sua vita. Quella ingenuità è la sua ingenuità, quella disillusione è la sua disillusione. Alla fine quello che rimane al nostro Ice è solo una “puttana tagliata in due”.
La grandezza di questa ultima opera di De Palma sta in questo lento, ipnotico, magnetico, coinvolgimento nelle vicende di un singolo personaggio che si elevano a parabola ed esempio di un destino beffardo cui è soggetta tutta l’umanità intera. Carlito Brigante uscendo di prigione cercava di colmare la distanza tra sé e il mondo, cercando di cambiare radicalmente la sua vita. In realtà il suo doppio Bonny Blanco, pur ricordandogli il suo passato violento, lo inchiodava al codice d’onore ad un passo dal Paradiso. Qui The Ice non commette l’errore di Carlito di lasciare feriti.
Tradito da tutti, immedesimatosi nel personaggio di pugile fallito- attricetta di second’ordine, bloccato da una immobilità che è sempre stata fatale agli antieroi DePalmiani, decide di darsi letteralmente una mossa e fa quello che nessuno si aspetta: spara ad un amore malato per potere fare davvero tabula rasa e ricominciare a vivere. L’outside lo insegue fino alla soglia del Paradiso con una delle immagini più violente e contrastate: un corpo segato a metà in uno splendido prato verde (e qui è facile citare il Lynch di Blue Velvet). Tutti i personaggi del film hanno un dramma personale, in un passato recente o remoto, che disarticola e divide a metà il corpo (toccabile) dal puro pensiero (intoccabile). Tutti i buoni propositi, tutti i pensieri più ingenui sono spazzati via dalla violenza di un mondo cinico e spietato, sia esso la Hollywood degli anni 40 che il sistema gerarchico della polizia. Si inizia vendendo un incontro di pugilato, ma persa la verginità in una striscia di sangue sul taccuino dei giudici, la caduta è vertiginosa e a spirale. C’è una scena apparentemente strana in cui The Ice osserva per l’ultima volta il cadavere sfigurato del suo collega prima di essere incenerito, ma l’insistenza di De Palma su questo momento è cruciale per capire la trasformazione di Joshua Hartnett. Il senso di colpa non inchioda alla sconfitta e alla bandiera bianca, al contrario è il punto di svolta nella catarsi diegetica del personaggio. Joshua sta vedendo il proprio doppio scomparire tra le fiamme, la solitudine da separazione è la stessa della Black Dhalia abbandonata da un amore disperso in guerra (“io sono solo l’altro”) che per sopravvivere vende prima il suo accento poi la dignità. Perché il Sistema (Hollywood-Società) ti fotte quando nessun altro lo fa. Ed è davvero impietosa la descrizione del ricco Emmet che ha fondato il suo impero sull’inganno e sulla mistificazione. L’ingresso del proletario The Ice nel sistema casa dei ricchi è disegnato con una delle più terribili soggettive della storia del cinema: si vede trasudare dalla pellicola l’imbarazzo e l’ipocrisia. The Ice non sarà mai un animale politico pronto a divorare i pesci più piccoli per ambizioni carrieristiche, non sarà mai il James Woods di C’era una volta in America ma nemmeno l’oppiomane De Niro (la benzedrina la usa The Fire). Il sorriso amaro del pagliaccio si deforma nel ghigno di un folle: la degenerazione dell’espressione artistica (lo spunto è un quadro dal sorriso di Joker) porta al delirio e alla dissociazione della personalità. E qui si innesta la citazione dotta del film muto del 1928 di Paul Leni “L’uomo che ride” che richiama il testo di Victor Hugo “L’homme qui rit” citato da Ellroy nel romanzo: la deformazione dell’espressione facciale del protagonista (con orribile taglio sulla guancia) è la risposta del corpo allo schiacciamento del rimorso e del senso di colpa. Come in un quadro di Francis Bacon il dark side of the man appare in superficie in una immagine dell’orrore: e l’angelo biondo (come ha sottolineato acutamente Alzayd) alla visione del film muto stringe le mani dei suoi due uomini facendosi ponte (non tra noi, ma in mezzo a noi). Ma il vero ponte sul Bosforo non è la sensuale e dimezzata Scarlett (un misto tra Lana Turner e Veronica Lake), ma la più umile e negletta delle donne.
Il senso del film (e mi dispiace che i fan di De Palma non riescano a comprenderlo) è proprio in questo estremo tentativo di bypassare l’orrore rappresentato, con una presa di coscienza etica, con una purificazione possibile solo dopo aver toccato il fondo. La Dahlia Nera è Gesù Cristo, il suo sacrificio, la sua crocefissione, il suo orribile martirio è necessario per la redenzione di chi ha occhi per vedere oltre le segnature di tutte le cose. Arriva il momento di lucidità, in mezzo alle ombre scure di cuori di tenebra. E’ proprio allora che il metafisico, almeno per un momento, compare.
Hilary Swank passa di letto in letto senza provare più alcuna emozione, la troviamo in un locale per lesbiche mentre fa la vojeur di un eccitante musical omosessuale. De Palma inquadra dall’alto un groviglio di corpi che somiglia ad una orgia, ma la sensazione è di una terra desolata, di una noia infinita che dilata il vuoto esistenziale. De Palma si autocita continuamente: le Due Sorelle, l’apparizione dello sfigurato Fantasma del Palcoscenico, la palandrana del travestito alla “Dressed to Kill”, la femme fatale, l’incontro di pugilato in Omicidio in Diretta, l’omicidio dalla tromba delle scale con volo finale nella fontana alla Scarface, buona parte degli Intoccabili (ma con un miglioramento nella analisi delle motivazioni dei personaggi), la solitudine dell’eroe di Carlito’s Way e di Mission Impossible. De Palma mette addirittura la sua firma sul fondoschiena di Scarlett (BD). Cita indirettamente L’Infernale Quinlan di Orson Welles (ma il piano sequenza sul luogo dell’omicidio è molto più breve), Mulholland Drive di David Lynch (con il medesimo omaggio a Rita Hayworth e un attore in prestito) e Sunset Boulevard di Billy Wilder , poi si permette il lusso di riprendere i due amanti attraverso un velo, in maniera metaforica (come il De Niro stordito dall’oppio nel finale di C’era una volta in America). De Palma ti ipnotizza e ti porta in un luogo senza spazio né tempo, quel paradiso luminoso che finalmente si intravede dietro una porta, ti avvolge in un mantello di immagini e con un gesto deciso, passando in maniera geniale da un incubo spezzato a metà disteso sull’erba alle labbra carnose e sensuali di Scarlett Joahnsson, ti invita dentro questo suo cinema di doppi e di pagliacci, di guardoni e di osservati, di chiacchiere e di distintivi, di solitudini e tradimenti, di bianchi e di neri, ma soprattutto di sorrisi tristi. “Vieni dentro!” e quella finestra rettangolare sembra proprio lo schermo di un cinema.
Tu solo dentro la sala e tutto il mondo fuori.
Commenti
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25 ottobre 2010, 15:48 di degoffro
Hai reso giustizia a uno dei film meno compresi di De Palma: un'opinione davvero super che fa il paio con quella altrettanto splendida che hai dedicato a "Carlito's way"! Grazie
cancella commento cancella commento e blacklista degoffro -
25 ottobre 2010, 16:14 di Snaporaz68
Black Dahlia è uno di quei film nascosti dietro altri film, come un dipinto che viene alla luce scrostando la superficie. In realtà De Palma approfitta del genere per imbastire i suoi discorsi metacinematografici. A partire da Femme Fatale fino ad arrivare a Redacted
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