La recensione di FilmTv
Di Mauro Gervasini - FilmTV n. 4/2006
Da Bizet all’Africa nera la sigaraia cambia tempi e colore. Ma la musica rimane. Entusiasmante
Sud Africa, bassifondi di Khayelisha. Carmen seduce un poliziotto e lo porta sulla via della perdizione, anche letterale, viste le “strade” che frequenta. Quando lui si accorge che lei ha un altro, perde la testa. Ebbene sì, è quella Carmen lì, spirito libero di Siviglia raccontato da Mérimée e immortalato da Bizet. Con un piccolo particolare: dall’Andalusia il regista Mark Dornford-May sposta tutto in Africa, con un difficile lavoro di “traduzione” non solo visiva bensì linguistica.
ESPANDI +
Una
Carmen nera c’era già stata a Hollywood (come dimenticare la sensualissima
Carmen Jones dell’accoppiata Otto Preminger-Dorothy Dandridge?) ma questa è tutta un’altra cosa. Affidata alla compagnia teatrale Dimpho di Kopane e all’eccezionale interpretazione di Pauline Malefane nei panni della protagonista, l’opera di Bizet viene vivificata nonostante resti sostanzialmente uguale a se stessa. Gli scivolamenti dalla musica lirica a quella tradizionale sudafricana, e la particolarità del contesto, rendono lo spettacolo particolarmente verosimile, come se un racconto antico, da decenni affidato alla drammaturgia “classica”, seguendo coordinate così originali acquistasse una carnalità del tutto nuova. Orso d’oro all’ultimo Festival di Berlino. M.G.
L'opinione più votata
Di spopola scritta il 16/04/2006 - utile per 1 utenti
Voto al film: 
Per me una esperienza davvero entusiasmante questa strepitosa “rilettura” della Carmen, meritatissimo Orso d’oro al festival di Berlino. Il regista Mark Dornford-May riesce infatti a fornirci un adattamento moderno e attualizzato della storia attraverso una ardita “trascrizione” in terra africana (che “osa” tradurre nella lingua Xosa parlata nelle township di Cape Town persino il libretto originale pur lasciando inalterate le musiche) capace di restituire al personaggio della protagonista tutto il grezzo erotismo della seduttività animalesca delle origini, l’aggressiva, volgare sensualità di uno spirito libero che non accetta condizionamenti e imposizioni, nel contesto degradato dei bassifondi (quasi una bidonville) di Khavelisha. Il lavoro di rielaborazione e di “trasposizione” è ardito ed esemplare al tempo stesso: se ci sono pochissime variazioni nella trama e nella struttura dei personaggi (la più consistente è quella che riguarda l’antagonista, non più torero, ma cantante acclamato e di successo e la diversa “necessaria” ambientazione per la scena finale) è l’insieme che ne emerge a risultare una intelligente contaminazione di esperienze e di stili che ha il coraggio di mischiare con verosimile attendibilità la musica di Bizet con i suoni della tradizione musicale sudafricana, senza che niente risulti stridente e “innaturale”, ma anzi riuscendo così a restituirci una “credibilità storica” degli avvenimenti molto più attualizzata e veritiera. Insomma un’operazione che nell’apparente “rispetto delle convenzioni codificate” si spinge ben oltre quanto non avesse fatto moltissimi anni fa Otto Preminger (con la sua sensualissima -e censuratissima- Carmen Jones con la Dandridge e Belafonte, per altro “doppiati” nelle parti cantate), operazione della quale si è senz’altro tenuto conto in questa circostanza. U-Carmen, come già il dramma in musica di Preminger, può quindi essere definito “un saggio antropologico su un mondo primitivo e ritualizzato, fortemente soggetto alle tentazioni e alle leggi del destino”, ma che esibisce un “coraggio di osare” che lo porta ben oltre i risultati di quella precedente esperienza. Pur con le dovute cautele e differenze oggettive, il parallelo più pertinente che mi è sembrato possibile fare però è quello che “avvicina” l’operazione di Dornford-May, con la altrettanto innovativa rilettura scenica “degradata ed essenziale” offerta da Peter Brook con la sua “Tragedie de Carmen” presentata nella stagione 81-82 al teatro delle Buffes de Nord a Parigi. Il personaggio di Carmen, indissolubilmente associato al rapporto passione/morte, è stato spesso utilizzato per trasposizioni cinematografiche di diversa portata e levatura,ma quasi sempre (se si escludono Preminger e Rosi), ispirandosi più direttamente a Mérimée che a Bizet, e questo fino dai tempi degli albori del muto (da Chaplin a Godard, da De Mille a Luigi Bazzoni, da Walsh a Lubitsh, da Saura a Scotese che ne hanno offerta una riflessione addirittura in chiave “flamenco”) fino ad arrivare alle improbabili interpretazioni della edulcorata versione di Vidor con la Hayworth o all’ambizioso ma inconsistente aggiornamento trasteverino con la Ralli diretto da Carmine Gallone. Quella di Dornford-May mi sembra però la versione “più fedelmente anomala” di tutte le altre, perché le suggestioni e l’essenzialità di molte sequenze (che rappresentano la “cifra” politica dell’operazione) ci consentono di farne una lettura che fa i conti con il degrado e la povertà di un popolo e un Paese che sta faticosamente tentando di “risorgere” ma che purtroppo è ancora destinato a restare per molto (troppo) tempo schiavo del proprio passato e delle proprie contraddizioni. La miscela musicale, come già detto, risulta esplosiva, e analogamente coinvolgente è l’impatto visivo, con una cinepresa mobile e “scattante” che asseconda ed esalta le prorompenti forme non solo della straordinaria protagonista, una “corpulenta” indimenticabile, “ferina” Pauline Malefane, ma anche quelle di tutta la restante compagine attoriale in gran parte rappresentata dagli attori/cantanti dellaa compagnia teatrale Dimpho di Kopane già artefice del successo teatrale da cui trae riferimento la pellicola, esaltato da una tournee osannata dalle platee di mezzo mondo.