Transamerica - La recensione di FilmTv
Con Fionnula Flanagan, Felicity Huffman, Kevin Zegers, Graham Greene, Elizabeth Peña, Burt Young
La recensione di FilmTv
Magnifico ritratto di un transessuale in un coast to coast di struggente, malinconica bellezza
«Sono un transessuale, non un travestito». Bree, che una volta si chiamava (era) stanley, ci tiene a rivendicare il suo nuovo stato di corpo in progress, perché sta aspettando di operarsi, di farsi togliere quell’ingombro in mezzo alle gambe che le impedisce di sentirsi donna al cento per cento. «Non trova strano che la chirurgia plastica possa curare un disturbo psichiatrico?»: Bree è anche (soprattutto) ironica («Ho avuto un’avventura tragicamente lesbica»), fin dal passo incerto ma orgoglioso, dal vago e timido sorriso, da uno stupore trattenuto che le consente di incassare e sopportare una madre leonessa mangiatrice di figlie, un padre assurdo e silente (un’unica battuta, ma fulminante: «Leggevo riviste porno in bagno: non faccio più sesso decente da allora»), un’ex fidanzatina che le regala anni dopo un figlio diciassettene da marciapiede che si prostuituisce per sbarcare il lunario sognando Hollywood e il cinema, non importa se hard o blockbusterizzato. È l’ultimo scherzo del destino, che la catapulta a New York a poche ore da quel taglio così agognato e che la costringe a uno struggente e malinconico coast to coast con il ragazzo che non sa di viaggiare con il proprio padre che sta diventando (anche?) sua madre (quella vera è morta suicida) e compagna di vita e di emozioni. «Per me la transessualità è uno stato superiore dell’essere» si sente fischiare dietro Bree da uno sconosciuto e l’orgoglio rischia la superbia. L’esordiente Duncan Tucker centra dunque al primo colpo il capolavoro con un magnificio ritratto incastonato come un diamante tra due sessi, tra due sponde, tra due idee di mondo, tra due concezioni d’umanità. Non è solo la regia, attenta a non dimenticarsi le icone del cinema on the road, ma la scrittura: si veda, per esempio, la strepitosa sequenza del ritorno di Bree nella casa di famiglia, dove l’amore si scontra ogni secondo con il cinismo: un pezzo di cinema tragicomico come non si gustava da lustri. E poi che dire di Felicity Huffman? Già premiata con il Golden Globe, dovrebbe portare a casa l’Oscar più meritato, cercando di non sbagliare categoria. La sua è una performance che risponde per rime baciate dalla grazia all’altrettanto straordinario Bill Murray di Broken Flowers, film imparentato assai con Transamerica, entrambi folgorati dalla voglia di cercare, di riproporsi, di non sentirsi mai perduti, di rivendicare società e rapporti interpersonali liberi e svincolati da dogmi e religioni, da ipocrisie e dai malesseri strutturali dell’uomo contemporaneo. Tra i comprimari, oltre a un perfetto cameo di Burt Young, rimarrà il romanticismo tutto pellerossa di Graham Greene, pure lui trans(in)fuga, un indiano trasformatosi in un cowboy dall’animo indiano, pronto a (con)dividere con Bree l’ebbrezza di un’altra vita. A prescindere dagli organi genitali.
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