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Anche libero va bene - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Mauro Gervasini

Un esordio troppo pensato e scritto ma con momenti di autentica bellezza. Con un piccolo interprete straordinario

Interno di famiglia monca. Un padre, Renato, ben oltre l’orlo di una crisi di nervi. Una figlia, Stefania, che ha già un biglietto di sola andata per l’adolescenza. E un figlio, Tommi, costretto ad affrontare come può i fantasmi che si muovono sul margine di quell’età, ancora bambino ma per poco. E poi una madre che un po’ c’è, quasi sempre no, apparentemente responsabile della disfunzionalità del gruppo. Anche libero va bene segna il passaggio di Kim Rossi Stuart dietro la macchina da presa, e seguendo una tradizione consolidata (dopo Nella mischia e L’isola ancora un film italiano ad altezza di bambino) viene presentato nella nobile e prestigiosa Quinzaine des réalisateurs di Cannes. Bel colpo e bell’esordio, pieno di passione, con un’energia che se pure non smussa tutti i limiti certo trasmette al racconto una autenticità limpida. Soprattutto quando Rossi Stuart costringe lo spettatore a confrontarsi con il problematico Tommi - interpretato da Alessandro Morace, straordinario. Figura di bimbo a più dimensioni, che un padre aggressivo ma in fondo fragile spinge all’isolamento e all’apnea di una piscina mentre lui già sogna la coralità e la condivisione di una squadra di calcio, nello spogliatoio della vita. E se l’autonomia più esistenziale che pratica del piccolo pare all’inizio una opzione tra le altre, perché il gioco è diretto dagli adulti nevrotici, nel finale il titolo si ribalta, perché per Tommi solo libero va bene. La delicatezza di certi passaggi (quelli apparentemente secondari a scuola, tra le cose migliori) rendono sopportabili i difetti, che per onestà, specie trattandosi di un esordio, è bene sottolineare. Nonostante le intenzioni, più che Gianni Amelio ci pare che Rossi Stuart segua il metodo Cristina Comencini. Alla sintesi tra psicologie e messa in scena preferisce la radicalità della sceneggiatura, la scrittura che precede i gesti e gli sguardi. Per questo un certo schematismo ammorba il film: il padre ad un estremo gridato e sopra le righe, la madre all’altro, quello taciturno ed evanescente fino alla sparizione. Senza sfumature, senza misteri disseminati tra le inquadrature. È insomma sul “cinema” che Rossi Stuart deve lavorare, magari imparando proprio dal mentore Amelio per il quale le sceneggiature sono solo canovacci, “pizzini” rosselliniani che, se di ferro, pesano.


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