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Il mio miglior nemico - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Raffaella Giancristofaro

L’alchimia tra Verdone padre cinquantenne e Muccino, giovane sciamannato, funziona.
Ma non è sfruttata fino in fondo

Achille e Orfeo. Un instancabile comnbattente e un nome che più che rimandare al mito greco, fa rima con Colosseo e la romanità più disincantata. Achille è uno che per fare i soldi si è dimenticato di essere anche padre. Orfeo, un ragazzo che vive in un quartiere popolare, non conosce il padre, ed è costretto a fare da angelo custode a una madre depressa. Quando Achille, gestore di una catena di alberghi, licenzia la cameriera Annarita, madre di Orfeo, il ragazzo lo ricatta con le prove della scappatella con la cognata, gli toglie lavoro, casa, e l’affetto della figlia Cecilia. Di cui, senza sapere che fosse sua figlia, si è già innamorato. E si ritrovano tutti e due senza di lei. Carlo Verdone ci vizia da tempo con i suoi alter ego infantili, sinceri, irresistibili. Da quando si è accomodato nei panni del cinquantenne a pezzi, tra amanti, mogli isteriche, figli e coetanei che non riesce a capire, è ancora più simpatico di quando faceva il coatto o lo sfigato. La sua è una maschera piena di tenerezza e umanità, e non si è lasciato sedurre dalla tentazione di restare sempre un ragazzino. La prima vittoria che Il mio miglior nemico ottiene è quella di evitare l’effetto derisorio di In viaggio con papà. Perché Verdone e Muccino non sono Sordi e Verdone. Oltre che un’evidenza, è una strategia. Dopo averlo appena incrociato in Manuale d’amore, Verdone (e Filmauro) cercano in Silvio Muccino, nel suo corpo tatuato e ferito e nella sua recitazione così sciamannata, un pubblico più giovane che il film di Sordi non l’ha visto forse nemmeno in Tv. Quello che potrebbe essere un conflitto di classe si stempera presto in un’interazione diversa, che la sceneggiatura di Verdone, Muccino, Silvia Ranfagni e Pasquale Plastino vuole giocata più sugli affetti che sul peso dell’autorità. Il risultato del patto tra due figure così felicemente popolari è discontinuo, toglie respiro ai comprimari e indugia su una comicità capitolina più che provata. Mentre il momento più intenso del film è l’incontro di Orfeo col vero padre, che commuove e fa scordare l’insistenza a favore delle pretestuose trasferte “esotiche” in Turchia, Lombardia e Svizzera, e la malgestita invadenza di uno sponsor telefonico (e perfino di un risorto whisky anni ‘70). Meno mordente di quello che ci si aspettava ma molta onestà nel raccontare la deriva dei genitori, più viziati dal benessere dei propri figli. I cui dilemmi stanno tra litio e anfetamina, alla ricerca di altri maestri.


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