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V per Vendetta - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Raffaella Giancristofaro

Dal bel fumetto di Moore e Lloyd, un film in cui la V sta per verboso e vanamente antiautoritario

In un futuro prossimo un regime totalitario opprime Londra. Un vendicatore di nome V si nasconde, mascherato da Guy Fawkes, l’eroe popolare impiccato nella storica congiura delle polveri del 1605 per far esplodere il Parlamento. Colto e galantuomo, V salva la giovane Evey dalle violenze di alcuni sbirri e vuole vendicarsi del regime che perseguita stranieri, omosessuali, oppositori (ispirato agli autori dalla gestione Thatcher) e ribadire il principio di libertà e la forza delle idee. Ispirato al fumetto di Alan Moore e David Lloyd (1989) e diretto da James McTeigue, regista di seconda unità, tra gli altri, per Dark City di Proyas e primo assistente dei fratelli Wachowski, che qui producono con Joel Silver, per la trilogia di Matrix. Girato quasi totalmente in interni (in Germania) a ribadire la claustrofobica angoscia della graphic novel, in quello che è sbandierato come il film più politico mai prodotto da Hollywood il motivo antiautoritario rimane schiacciato dal confronto con una realtà ben più articolata. La confezione pop che frulla Il conte di Montecristo al Fantasma del palcoscenico, Shakespeare a Zorro, Orwell a Bradbury e il fragore di un palazzo che salta in aria sulle note di Street Fighting Man non bastano a compensare la staticità generale della storia e la pesante verbosità di fondo. E di una Portman che si limita ad essere androgina, meno espressiva di Weaving perennemente in maschera.


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